di Alberto Burgio

su il manifesto del 06/08/2011

Forse non è utile banalizzare le prese di posizione del più grande partito dell’opposizione ostinandosi a considerarle frutto di sciatteria o di svagatezza estiva. Forse bisognerebbe capire le ragioni dell’ennesimo lasciapassare graziosamente offerto al governo dal segretario democratico in occasione del dibattito parlamentare sulla (disastrosa) situazione economica e finanziaria del paese. Perché mai il Pd dovrebbe affondare il colpo mentre il cane affoga? Va bene rimboccarsi le maniche, ma chi glielo fa fare al buon Bersani di dirigerla lui la macelleria sociale? Siam mica qui a tirare nuovamente la volata al cavalier bunga-bunga!
Si dice: avanzi l’opposizione una proposta seria, non si limiti a critiche scontate. Ma una proposta implica un’analisi delle cause della crisi. E una proposta diversa (non nel dettaglio) dalla manovra del governo suppone una lettura diversa della genesi dello stato di cose: una rilettura dell’ultimo trentennio, che finalmente punti il dito sull’anarchia finanziaria (libertà di movimento dei capitali) ed economica (libertà di delocalizzare le produzioni); sulla fine dell’intervento pubblico in economia (che non significa far produrre allo Stato il panettone, ma assumere la direzione della politica industriale e costringere le imprese a investire in ricerca e innovazione); sulla svendita del patrimonio pubblico; sull’impoverimento strutturale del lavoro dipendente, dato in pasto al mercato non regolato della forza-lavoro, privato di tutele giuridiche e colpito dallo smantellamento del welfare. Nel Pd si fa strada questa prospettiva (auto)critica? L’on. Fassina accenna qualche riflessione sui guasti del neoliberismo, ma le contromisure che invoca ne confermano la logica: ipotizza un piano europeo di investimenti per l’occupazione, ma immagina di finanziarlo con altro debito. Non vi è traccia di una piattaforma redistributiva.
Nell’immediato (assunti il funzionamento della finanza globale e i vincoli posti dalla Bce) si potrebbe fare agevolmente una manovra diversa, che non deprima la domanda e riduca il tasso di iniquità del paese. Basterebbe imporre una patrimoniale (non una tantum); accentuare la progressività del prelievo (per poi fare sul serio contro l’evasione fiscale); tagliare le spese militari e gli sprechi (a cominciare dalle opere faraoniche e distruttive, tipo Ponte e Tav); riattivare il turn over nel pubblico impiego e stabilizzare il precariato. Ma certo, questo implica rompere il tabù del trentennio reaganiano e rassegnarsi al fatto che la politica democratica ha il compito primario di redistribuire risorse e opportunità: di produrre equità. Il dogma che equipara pubblico e privato, generalizzando la logica aziendale, non causa soltanto iniquità, nega in radice la democrazia. Per di più, come dimostra la crisi strutturale che sconvolge tutto il mondo capitalistico, ostacola la crescita perché impedisce la messa a valore della produttività generata dallo straordinario sviluppo delle forze produttive sociali. Vogliamo cominciare a discuterne a sinistra?
Dopodiché, anche qualora misure del genere venissero adottate, si tratterebbe di ridisegnare la logica generale del sistema. Nessun dio impone che i capitali possano muoversi senza limiti né regole né costi, decidendo del valore delle monete e dello stato di salute dei bilanci pubblici. Non è affatto vero che la politica sia impotente. Al contrario: Stati e organismi sovranazionali scelgono questo modello (entro il quale la politica è impotente) perché esso permette (anzi impone) politiche economiche che scaricano sul lavoro i costi della crisi, a vantaggio del capitale. Proprio come la guerra, la crisi è un flagello per alcuni e una manna per altri.
Ma di nuovo: per assumere questa prospettiva occorrerebbe abbandonare l’ideologia neoliberale: rifiutare il dogma della razionalità del mercato (massimizzare il profitto non serve a tutelare i diritti né la coesione sociale) e restituire alla politica la decisione su come utilizzare la ricchezza collettiva. Soprattutto, bisognerebbe uscire dalla logica (dalla retorica) dell’interesse generale e guardare in faccia le contrapposizioni reali, peraltro emerse con palmare evidenza nel braccio di ferro tra democratici e repubblicani in merito al default degli Stati Uniti. Insomma, per cambiare davvero l’agenda economica bisognerebbe ricominciare a ragionare in termini di classe. È pronto il gruppo dirigente del Pd a riesumare questa venerabile categoria del pensiero politico novecentesco? Se sì, potrà candidarsi a guidare un cambiamento degno di questo nome. Se no – se è ancora convinto che si tratti di un’inutile anticaglia – continui così. Lasci tranquille le maniche della camicia e vada pure avanti con i minuetti: un passo indietro tu, un passo avanti io…

I minuetti del Partito Democratico
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