Archivi categoria: documenti

Ancora sulla vertenza Solvay

Pubblico i seguenti documenti importanti per seguire gli sviluppi della vertenza Solvay:

Il ricorso della Solvay al TAR della Toscana contro il Comune di Volterra, la Provincia di Pisa, la Regione Toscana e Atisale;

Il verbale della Conferenza di Servizi tenutasi presso la Regione Toscana su richiesta di Solvay.

Ricorso_Solvay

verbale conferenza di servizi 22.12.2011

 

A Pomigliano in gioco libertà e democrazia

Come nel più scontato dei copioni, i sindacati collaborazionisti, ormai pronti a sottoscrivere qualsiasi sacrificio e rinuncia governo o padroni intendano imporre ai lavoratori, hanno assicurato il proprio malinconico consenso alla Fiat che si accinge – sarà bene averne consapevolezza – ad assestare un colpo difficilmente rimediabile all’intero quadro delle relazioni economico-sociali del Paese. Nei giorni scorsi abbiamo illustrato i contenuti del diktat di corso Marconi. Continua la lettura di A Pomigliano in gioco libertà e democrazia

Assemblea sul lavoro a Saline

volantino

Il documento approvato

Si è svolta lunedì 23 novembre, a Saline, l’Assemblea pubblica indetta dai gruppi consiliari del centrosinistra e della sinistra della Val di Cecina. Durante la manifestazione, che ha visto la partecipazione di un folto pubblico ed alla quale erano presenti rappresentanze politiche e sindacali, hanno portato il proprio contributo con numerosi interventi soprattutto i lavoratori della zona. Diamo qui di seguito una sintesi della discussione. Continua la lettura di Assemblea sul lavoro a Saline

SINISTRA – Ritrovarsi al lavoro

bologna

Si può uscire dalla crisi evitando un nuovo massacro sociale. Un appello per rimettere al centro i lavoratori

Nel nostro paese vi sono evidenti segnali di un risveglio dell’opposizione sociale alle politiche del governo delle destre e delle classi dominanti, dopo la dura sconfitta elettorale e la profonda crisi nella quale è entrata la sinistra. I movimenti non si sono spenti. Molti di essi hanno ritrovato vivacità. Dalla fine dell’estate in poi non vi è stato un fine settimana che non sia stato caratterizzato da un grande appuntamento, dalla manifestazione per la libertà di stampa a quella contro il razzismo, passando per quelle contro l’omofobia e il precariato nella scuola. Senza contare i tanti momenti di lotta e di conflitto locali. Anche il movimento sindacale non è inerte, malgrado la profonda divisione che lo attraversa.
Eppure dobbiamo riconoscere che il tema del lavoro non appare essere il centro motore, la leva moltiplicatrice di questa rinascente opposizione. Il cono di luce che si è acceso questa estate sulla vicenda Innse, grazie alla tenacia e alla vittoria degli operai, si è già spento. Non si può certo dire che il dibattito congressuale del più grande sindacato italiano la Cgil, stia muovendo i suoi primi passi con la dovuta attenzione da parte dei mass-media e del dibattito politico. Siamo convinti che tutto questo non deriva da una perdita del ruolo del lavoro nella società contemporanea, quanto dalla perdita della sua percezione da parte del mondo politico e di gran parte della sinistra.
Uno degli effetti più rilevanti del processo di globalizzazione è invece l’enorme aumento del numero dei lavoratori dipendenti su scala mondiale. Naturalmente, e ciò è particolarmente vero nelle società e nelle economie più sviluppate, il lavoro è cambiato. Il suo contenuto immateriale è cresciuto di importanza rispetto a quello materiale se ci confrontiamo con il periodo d’oro del fordismo-taylorismo. E’ enormemente aumentata la zona grigia che sta tra il lavoro e la disoccupazione, cioè l’area del precariato che pone problemi e bisogni inediti. Ma, pur sapendo che queste novità devono essere terreno di analisi ben più approfondite, il conflitto fra capitale e lavoro si è esteso su scala globale, assumendo molteplici e innovative forme, non il contrario.
Lo dimostra anche l’attuale crisi economico-finanziaria mondiale. Essa è ingigantita dalla dimensione enorme che ha assunto la finanza nel moderno capitalismo, ma le sue cause più autentiche affondano nell’economia reale, nel regime dei bassi salari, della precarizzazione del rapporto di lavoro, nella privatizzazione degli istituti dello stato sociale che hanno caratterizzato la stagione neoliberista del capitalismo contemporaneo. Se non cambiano le attuali politiche economiche dominanti, quando la crisi passerà, lascerà dietro di sé uno spaventoso aumento della disoccupazione e una nuova ondata di poveri, come già ci dicono le cifre fornite dall’Onu.
Si può uscire dalla crisi evitando un nuovo massacro sociale e un arretramento generale della capacità produttiva, solo cambiando il modello di sviluppo, orientandolo verso la produzione di beni fruibili collettivamente e difendendo l’ambiente. Ma questo non si può fare senza valorizzare in tutti i sensi il lavoro umano, quello che produce beni materiali e immateriali, quello manuale e quello intellettuale, quello dipendente e quello realmente autonomo, quello privato e quello pubblico. Rappresentare politicamente il lavoro vuole dire esattamente questo.
Noi, che apparteniamo a forze politiche e ad aree culturali che si collocano, per ideali e programmi, nel campo della sinistra, sentiamo il dovere e il bisogno di tornare a ragionare sul lavoro. Non pensiamo di poterlo fare da soli, ma sappiamo che questo compito spetta in primo luogo a chi ritiene che bisogna ridare significato e forza alla sinistra.
Per questo vogliamo unire i nostri sforzi e delle organizzazioni di cui facciamo parte in un lavoro costante di ricerca e di azione sul tema del lavoro e dei lavori, su quello dell’innalzamento delle retribuzioni, sulla riforma fiscale in favore del lavoro dipendente, sulla ricomposizione del mondo del lavoro contro la precarietà, sulla introduzione di un sistema universalistico di sostegno al reddito per chi il lavoro non ce l’ha, sulla democratizzazione della rappresentanza sindacale, sul diritto dei lavoratori di votare sugli accordi, sulla democrazia economica, sui nuovi confini e rapporti fra leggi e contratti. Vogliamo farlo in un’ottica almeno europea e non solo nazionale.
Per queste ragioni vogliamo dare vita a un «tavolo per il lavoro», per promuovere ricerche, dibattiti, iniziative, mobilitazioni, aperto a tutti coloro che condividono questa esigenza.

Piergiovanni Alleva, Titti di Salvo, Piero di Siena, Roberta Fantozzi, Orazio Licandro, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Alfonso Gianni, Giorgio Mele, Roberto Musacchio, Pasqualina Napoletano, GianPaolo Patta, Gianni Pagliarini, Augusto Rocchi, Cesare Salvi, Mario Tronti.
per adesioni:
crs@centroriformastato.it

Rossana Rossanda La fine di un ciclo

il Manifesto 4 settembre 2009

Lo scenario politico degli ultimi anni sta arrivando a consunzione. Non sarà facile metterne alla luce uno più decente tanta è la bassezza, istituzionale e culturale, in cui siamo per responsabilità di molti, forse di tutti, nell’inseguire una transizione verso una seconda repubblica che, in assenza di un progetto di qualche spessore, si è risolta soltanto nel tentativo di minare lettera e spirito della Costituzione del 1948 – largo a un mercato da Far West, concessioni illimitate a una proprietà senza coraggio, abbattimento, e possibilmente fine, di ogni diritto sociale. Risultato, un decisionismo cialtrone sommato alla tradizione nazionale di evadere il più possibile la legge e il fisco.
In questo quadro, l’ascesa folgorante di una figura come quella di Silvio Berlusconi ha la sua logica. Non è solo per le sue imprese sessuali – ciliegina sulla torta della legge sulla sicurezza più indecente d’Europa – che si ride di noi, perduto quel rispetto che nel dopoguerra eravamo con fatica riusciti a conquistarci. Tale è l’imbarazzo che circonda l’Italia che siamo usciti perfino dalle abituali statistiche, non siamo neanche un’anomalia, siamo da non prendere sul serio.
Gli scricchiolii si avvertono a destra e a sinistra. Sulla sinistra è perfino superfluo tornare, è detta estrema solo perché ha una certa attenzione alle sofferenze del lavoro e una certa sensibilità allo scombussolamento delle coscienze, ma non è in grado di uscire dalla ripetitività di formule da una parte, Ferrero e Diliberto, e dall’altra dal troppo silenzio di un Vendola diventato oggetto di tiro regionale al bersaglio.
Né è possibile attendersi dal Partito democratico almeno un aggiornamento del keynesismo a livello 2009 – la crisi è tornata tutta nelle mani di chi l’ha provocata e a pagarne le spese sono i ceti più deboli e i lavoratori di ogni tipo, per il calo continuo dell’occupazione. Questo non è solo un problema nostro, anche Obama è in pericolo, incastrato com’è fra il corporativismo della società americana e l’eredità sempre più avvelenata del Medio Oriente.
Insomma “sinistra”, parola che credevamo impraticabile per mollezza, è diventata addirittura simbolo di estremismo, neanche il Pd la pronuncia senza scusarsi, cosa che non succede neppure alla Spd, per non dire della Linke. Di Bersani non ricorderemo certo i voli di pensiero, noioso com’è a forza di buon senso emiliano, e di Franceschini ci rimarrà in mente lo sforzo d’un democristiano perbene per tenere assieme ai ds un settore cattolico lusingato da sirene da tutte le parti.
Questa inaffondabilità dei cattolici è il solo processo che emerga con qualche chiarezza assieme alla crisi del ciclo berlusconiano. Come succede con i personaggi del suo tipo, sarà una fine agitata, a colpi di coda, ma il suo blocco si è rotto.
La scelta del cavaliere per la Lega – unica vera tendenza di fascismo localista e in abiti nuovi – ha posto Fini in posizione di challenger, in nome di una destra meno turpe che non gli sarà facilissimo rappresentare; certo ce la mette tutta. Se l’ex Forza Italia non sa bene dove guardare, An è divisa fra lui e un Gasparri che lo sfida. Lega e Pdl sono entrati in conflitto con la Chiesa (s’erano tanto amati!) per le intemperanze del cavaliere e di Feltri: così pieni di sé che la prudenza è andata a farsi benedire.
Così sotto traccia riappare la voglia di un partito cattolico, sia in chi sta scomodo nel Pd sia in chi sta scomodo nel Pdl, via Casini. L’Italia continua a replicare la partizione tricolore, con un rosso sempre più sbiadito, un bianco sempre piu sporco e un verde da giocare non con la Lega, ma con il Vaticano.
Verrebbe da dire “tanto rumore per nulla”, se il suicidio del Pci e del Psi non avesse spostato a destra l’asse del centro. È curioso che il paese dove più lunghe sono state le code del sessantotto sia destinato a diventare di nessuna, o scarsa, importanza per l’Europa.