Archivi del mese: settembre 2009

Ordine del Giorno sul rinnovo delle concessioni minerarie Atisale-Solvay

l’argomento era iscritto, su proposta della Sinistra per Volterra, all’ordine del giorno del Consiglio Comunale del 25 settembre perché nel precedente consiglio del 28 agosto non c’era stato il tempo di discuterne. Durante questo mese avevo ricevuto alcune proposte di emendamenti al mio testo sia dal gruppo della Lista Civica Uniti per Volterra sia dal gruppo di Volterra Città Aperta e ho potuto constatare che ci sarebbe stata la possibilità di approvare all’unanimità un documento che impegnava il Comune di Volterra ad appoggiare il ricorso del WWF contro gli atti della Regione Toscana che hanno dato le concessioni di estrazione del salgemma alla Solvay. Per questo ho modificato il mio testo iniziale accogliendo una parte degli emendamenti proposti e, nella conferenza dei capigruppo, abbiamo concordato che la discussione del Consiglio sarebbe partita dal nuovo testo. Arrivati in Consiglio quest’accordo non era più vero e la mia mediazione è fallita. Così io ho votato, da solo, il mio testo, la maggioranza ha votato un testo simile al mio emendato secondo il suo piacere, il gruppo Volterra Città Aperta ha votato contro.

L’emendamento proposto dalla lista civica ha modificato la parte finale del testo, togliendo il mandato al Sindaco di impegnare il Comune di Volterra, anche per via giudiziaria seguendo l’esempio del WWF, contro gli atti della Regione Toscana di rinnovo delle concessioni minerarie, inserendo invece un impegno generico di “ricercare adeguate forme di sostegno alle azioni intraprese dal WWF…”

Rimango del parere che un voto unanime del Consiglio avrebbe dato una forza straordinaria alle azioni che dovremo intraprendere nel futuro. Tuttavia, un documento che richiama la Solvay e le altre industrie della zona ad una responsabilità per i posti di lavoro e per la salvaguardia ambientale è stato approvato dal Consiglio Comunale. Si tratta ora di dare seguito all’impegno preso in Consiglio e sviluppare una grande vertenza per il lavoro e per l’ambiente.

Questo è il testo votato dal gruppo La Sinistra per Volterra

Nel 1996, dopo una riunione romana cui erano presenti il deputato Giovanni Brunale, il senatore Umberto Carpi, il sindaco Ivo Gabellieri, gli altri sindaci della zona, il presidente della Comunità Montana, il presidente della provincia di Pisa, un dirigente della Regione Toscana e in cui venne unanimemente dato il consenso all’operazione, l’amministrazione Monopoli di Stato e la Solvay sottoscrissero un accordo industriale in base al quale la multinazionale, già in possesso di proprie concessioni minerarie sufficienti per alimentare la propria produzione per altri 30 anni, diventava di fatto padrona anche delle concessioni della Salina di Stato a condizioni di massimo favore e col solo obbligo di garantire la fornitura di sale per i limitati bisogni dei Monopoli. Solo che la Solvay estrae a un ritmo di 20 volte superiore rispetto a quello della Salina e quindi consuma una quantità 20 volte maggiore dell’acqua necessaria per disciogliere i banchi di salgemma (oltre 6 milioni di mc./anno per i soli scopi estrattivi): un ritmo di estrazione e un consumo idrico che stanno impoverendo il territorio della Val di Cecina provocando gravi dissesti, mettendo a dura prova il fiume Cecina e creando difficoltà per gli approvvigionamenti idropotabili dei comuni dell’alta e della  bassa Val di Cecina.

Di fronte a un forte movimento di protesta per questo regalo di importanti risorse senza significativi ritorni economici e occupazionali, il Comune di Volterra istituì una commissione che si pronunciò per la non sostenibilità dell’accordo.

Alcune necessità di approfondimento sul bilancio idrico del fiume, emerse in quella sede, ma soprattutto il desiderio di non ostacolare gli interessi della Solvay, indussero la Provincia a nominare un’altra commissione di esperti ben pagati (dalla Provincia stessa e dalla Solvay!), la quale, andando anche oltre il suo limitato mandato, diede un parere favorevole all’attuazione del contratto industriale.

Nel corso della procedura regionale di valutazione di impatto ambientale (VIA) del progetto di sfruttamento dei giacimenti, emerse che il problema idrico doveva ricevere una risposta e Solvay, invitata a trovare una soluzione, propose il progetto Idro-S, con cui intendeva invasare le acque di piena delle stagioni piovose in un bacino nei pressi di Cecina, per utilizzarle nei periodi di siccità sia a fini industriali che idropotabili.

Il Comune di Cecina e altri enti di quel territorio si espressero contro il progetto, sostenendo che l’acqua di piena sarebbe stata contaminata dalle pericolose sostanze presenti nel sedimento del fiume (mercurio ed altro), e quindi imbevibile. Ciò nonostante la Regione decretò il suo pronunciamento favorevole alla VIA, prescrivendo la realizzazione dell’invaso, purché l’uso fosse solo industriale, senza tenere conto dei danni che l’invasamento di acque inquinate avrebbe prodotto alle falde da cui dipende gran parte dell’approvvigionamento idropotabile della bassa Val di Cecina.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Toscana accolse invece un ricorso delle associazioni ambientaliste, prendendo atto che non era stata risolta la parte idropotabile del problema.

La Regione Toscana ha trovato, tuttavia, il modo di eludere la sentenza del TAR inventandosi, su proposta Solvay, una nuova prescrizione: l’impresa avrebbe dovuto contribuire a realizzare un invaso per uso idropotabile a Puretta, senza tenere di conto che non era stata fatta una VIA sulla realizzabilità di tale invaso e che comunque esso non avrebbe potuto risolvere i problemi idrici della bassa Val di Cecina ma tutt’al più alleviare quelli di Volterra e Pomarance.

Così con decreti dirigenziali n. 1755 e 1756 del 17 aprile 2009 la Regione Toscana ha rinnovato le concessioni minerarie denominate Cecina di 878 ettari e Poppiano di 618 ettari nei Comuni di Volterra e Pomarance in favore di Atisale SPA (naturalmente per conto di Solvay) per trenta anni a partire dal 13 luglio 2006.

In aggiunta, una recentissima delibera della Provincia sull’uso del demanio idrico ha evitato accuratamente di aggravare i costi alla Solvay, la quale sta pagando l’acqua che preleva dal fiume meno di mezzo centesimo al metro cubo.

Tutto ciò nonostante si sia dimostrato ridicolo l’argomento secondo cui bisognava accordarci con la Solvay per difendere l’occupazione in Salina: oggi l’Atisale, che già si era liberata della maggior parte dei propri dipendenti e che ha impianti obsoleti e fatiscenti, ha messo la metà dei suoi dipendenti in cassa integrazione straordinaria per 24 mesi (leggasi anticamera del licenziamento). La sua ricchezza stava sotto terra, nei giacimenti di sale, di cui oggi non ha più la disponibilità.

Quanto sopra premesso, il Consiglio Comunale di Volterra chiede che le amministrazioni competenti (Regione, Provincia, Arpat, Usl ecc.) esercitino i loro poteri e le loro funzioni di controllo con il dovuto scrupolo, che, fin qui, è stato assolutamente assente in questa vicenda.

Il Consiglio Comunale ritiene che sia fondamentale dal punto di vista politico che la Pubblica Amministrazione tratti con le imprese del nostro territorio e anche con la Solvay difendendo il carattere comune, e quindi pubblico, di beni quali il salgemma e l’acqua, impedendo la rapina delle risorse del sottosuolo e pretendendo da tutti coloro che le usano rispetto dell’ambiente, risarcimento dei danni provocati (subsidenze, inquinamento ecc.), ritorni occupazionali nonché benefici adeguati in rapporto alle risorse prelevate.

Considerato che Il WWF (World Wide Fund For Nature Onlus) in persona del suo presidente nazionale Stefano Leoni ha presentato di nuovo tre ricorsi al TAR per la Toscana contro gli atti con cui la Regione Toscana ha deciso il rinnovo delle concessioni e cioè contro le Deliberazioni della Giunta Regionale Toscana n. 926 del 10 novembre 2008 e n. 283 del 14 aprile 2009 e contro i decreti dirigenziali sopra citati, il Consiglio Comunale dà mandato al Sindaco di impegnare il Comune di Volterra, anche per via giudiziaria seguendo l’esempio del WWF, contro gli atti della Regione Toscana di rinnovo delle concessioni minerarie emanati senza il rispetto delle procedure di VIA e che non contengono effettive ed adeguate prescrizioni obbligatorie a carico della Solvay e di Atisale al fine della soluzione del problema idropotabile per tutta la popolazione che attualmente trae dal bacino del Cecina l’intera sua risorsa idrica.

Dà mandato, inoltre, al Sindaco di promuovere, presso le imprese interessate Solvay, Atisale e Altair, una trattativa relativamente alle opere effettivamente necessarie per la salvaguardia ambientale, per la vita del fiume Cecina e per le possibili ricadute occupazionali dello sfruttamento della risorsa salgemma.

25 settembre 2009

Danilo Cucini

La Sinistra per Volterra

ORDINE DEL GIORNO PER IL RITIRO DEI SOLDATI DALL’AFGHANISTAN

Questo odg è stato presentato da me alla conferenza dei capigruppo il 21 settembre 2009 ma il Sindaco ha deciso di non inserirlo  nell’ordine del giorno del  Consiglio Comunale del 25 settembre e sarà discusso nel prossimo Consiglio

IL CONSIGLIO COMUNALE

  1. Esprime profondo dolore per la morte dei sei militari italiani e dei numerosi  civili afghani caduti nell’ultimo attentato a Kabul, perché il sangue non ha un colore diverso a seconda della bandiera e il dispiacere è lo stesso per i soldati italiani uccisi ieri e per tutte le altre vittime della guerra
  2. Stiamo vivendo da anni in un clima di guerra senza dircelo, anche se solo ultimamente è finita l’ipocrisia di chiamarla “missione di pace”.
  3. Stiamo vivendo un clima che sta avvelenando la coscienza civile, creando intolleranza, criminalità verso il diverso, lo straniero, l’altro da sè. È anche questo, la guerra.
  4. Il 7 novembre del 2001 l’entrata in guerra dell’Italia fu decisa dal 92 percento del Parlamento italiano, il voto più bipartisan della storia della Repubblica, per puro servilismo verso gli Stati Uniti. Che cosa ci avevano fatto gli Afghani? Niente. E cosa avevano fatto anche agli americani?. Recentemente anche negli Usa gli analisti cominciano a porsi questa stessa domanda. Infatti non c’erano afghani nel commando dei terroristi delle Torri gemelle. Ma la rappresaglia di Bush scattò lì, con Enduring Freedom, il 7 ottobre. Per colpire le basi di Bin Laden, si disse.
  5. Otto anni dopo più del l’80 percento dell’Afghanistan è tornato sotto il controllo dei talebani, di Bin Laden non c’è traccia, sono morti 1.403 militari stranieri, spesi centinaia di milioni di euro e il Paese è più povero e più criminale, produce il 90 percento dell’oppio del mondo. Dopo otto anni l’unico centro di rianimazione è quello di Emergency a Kabul, sei letti di terapia intensiva per 25 milioni di persone.
  6. Spendiamo 3 milioni di euro al giorno per la guerra. Con questa cifra avremmo potuto aprire 600 ospedali e 10 mila scuole in Afganistan.
  7. A Khost gli americani hanno costruito una strada, a Kajaki una diga, la Banca Mondiale lo scorso giugno ha stanziato altri 600 milioni di dollari di aiuti per la popolazione afgana. Bene, se si devono costruire dighe e ponti si mandino gli ingegneri, non aerei telecomandati e bombe
  8. Allora qual’è il vero obbiettivo di questa guerra?. la spiegazione che più convince è quella di Gino Strada «Le ultime due guerre internazionali sono legate ai giacimenti di gas e petrolio. In Iraq perchè ci sono, l’Afghanistan invece è sulla via di transito dal Kazakistan e dalle altre ex repubbliche sovietiche. Pipeline di sangue.
  9. Nell’articolo 11 della Costituzione italiana sta scritto che è consentita al nostro Paese solo la guerra di difesa ed è chiaro che l’impresa di nostri soldati italiani in Afghanistan non può essere definita guerra di difesa.
  10. La missione Nato in Afganistan – una coda drammatica della politica guerrafondaia di Bush ormai bocciata dallo stesso popolo americano – è da tempo in un vicolo cieco e la nuova amministrazione americana capeggiata dal democratico Obama dovrà trovare il coraggio di ricercare con la politica e la diplomazia, e non con le armi, una soluzione rapida alla crisi afghana;
  11. La guerra sta rafforzando il terrorismo e le posizioni fondamentaliste, alimenta l’odio, senza che possa mitigarlo la farsa di elezioni celebrate in un paese sotto occupazione e con brogli che secondo l’ONU riguardano oltre un quarto dei voti espressi;

IL CONSIGLIO COMUNALE

  1. AUSPICA che anche questo eccidio non sia di nuovo usato, come è avvenuto per i precedenti, per alimentare la guerra in Afghanistan e che il nostro paese non sia invischiato ulteriormente in una guerra senza sbocco;
  2. CHIEDE che l’ONU indica una conferenza internazionale di pace che coinvolga la comunità internazionale e tutti i soggetti politici e sociali presenti in quel paese;
  3. RITIENE per tale fine indispensabile che il governo italiano ritiri immediatamente le truppe italiane e compia ogni sforzo perché anche gli altri paesi Nato facciano altrettanto.
  4. SI IMPEGNA E IMPEGNA IL SINDACO E LA GIUNTA a sostenere le istituzioni, le associazioni e i movimenti che intendono contribuire, anche nel proprio territorio, alla costruzione di politiche di pace.

21 settembre 2009

LA SINISTRA PER VOLTERRA

Danilo Cucini

Risposta alla lista civica

La funzione delle opposizioni consiliari è quella di fare proposte al Sindaco e di richiedere motivazioni sull’operato della maggioranza a garanzia per tutti i cittadini a che sia esercitato un controllo democratico sull’operato di chi governa.

A tutte le interrogazioni sinora poste in consiglio comunale dalle minoranze, non è mai stata data dal Sindaco  una risposta immediata (e chi ha sempre seguito i consigli comunali sa che è una novità), ma sempre rimandata per iscritto.

Viene spontaneo domandarci se il problema sta nella mancanza di opinioni da parte del Sindaco o se invece questo è necessario per avere il tempo di consultare qualcuno.

La richiesta di chiarimenti non nasce da un principio ideologico ma da una necessità di trasparenza.

La cosa si aggrava se al posto del Sindaco risponde per iscritto sulla Spalletta la lista civica che lo sostiene.

Nell’articolo “La nostra pagliuzza non è certo la vostra trave!”, non potendo dare una risposta sensata a quanto ufficialmente e legittimamente richiesto al Sindaco, riguardo alla nomina a consulente politico del sig. Orsi, si assiste ad uno sproloquio surreale circa le motivazioni addotte (fino a scomodare il diritto naturale, in assenza di leggi!), nonché intimidatorio nei toni usati, fino a tacciare di squadrismo chi legittimamente chiede spiegazioni.

I capogruppo Danilo Cucini e Rosa Dello Sbarba hanno sentito il bisogno di farsi ricevere dal Sindaco per avere rassicurazioni circa il loro diritto di porre domande, anche scomode e non gradite dalla maggioranza.

All’appuntamento il Sindaco le ha ricevute alla presenza dell’Assessore Moschi che ha affermato che la nomina l’aveva fatta lui stesso. Al che il Sindaco ha dichiarato di non aver altro da aggiungere se non che, per l’ennesima volta, risponderà per iscritto

Non servono strutture ideologiche per  sentir suonare un campanello di allarme di fronte a questi comportamenti e ai toni usati nell’articolo della lista civica.

Al di là del giudizio politico sulla precedente amministrazione, l’artificio di puntare il faro e sparare sugli avversari politici, cercando di delegittimarli come fossero dei nemici da colpire, quando presentano richieste volte a rendere trasparente l’operato della Pubblica Amministrazione, oltre a rappresentare un atteggiamento intimidatorio, meschino e violento, è un mezzo per nascondere limiti e lacune, oltreché mascherare l’evidente inadeguatezza a ricoprire compiti e ruoli istituzionali, che su tutto si fondano ma certamente non sul diritto naturale!

Invitiamo i lettori a riprendere l’articolo della lista civica, a concentrarsi nella lettura ed a scoprire quanto sia immediata la sensazione di trovarsi di fronte ad un manifesto di stampo fascista nel senso dell’autoritarismo e dell’intolleranza.

Lista Città aperta

Lista Sinistra per Volterra

Il RAZZISMO ISTITUZIONALE DEL GOVERNO

pubblicato dal Manifesto il 13 settembre 2009

di Luigi Ferrajoli

Fuori LEGGE
Pubblichiamo la relazione del filosofo all’incontro «La frontiera dei diritti. Il diritto alla frontiera» organizzato a Lampedusa da Magistratura democratica, dal Medel e dal Movimento per la Giustizia
È con un senso di sgomento e di mortificazione civile che siamo oggi qui a Lampedusa per discutere della vergognosa politica italiana in materia di immigrazione: delle scandalose leggi razziste e incostituzionali varate dall’attuale governo contro gli immigrati, fino alla criminalizzazione della stessa condizione di immigrato irregolare; dei respingimenti di massa illegittimi, in violazione del diritto d’asilo, di migliaia di disperati che fuggono dalla fame, o dalle persecuzioni o dalle guerre; delle violazioni dei diritti e della dignità della persona negli attuali centri di espulsione, e più ancora nei lager libici nei quali gli immigrati respinti vengono destinati; delle centinaia di morti, infine – fino alla tragedia dei 73 eritrei lasciati annegare in mare lo scorso agosto, dopo 21 giorni alla deriva – vittime della disumanità del nostro governo, immemore della lunga tradizione di emigrazione del nostro paese

La guerra ai migranti
Ci troviamo di fronte ad un cumulo di illegalità istituzionali, che hanno provocato critiche e proteste da parte dell’Onu, dell’Unione Europea e della Chiesa cattolica e che deturpano i connotati essenziali della nostra democrazia. (…) Credo sia opportuno, in via preliminare, misurarne la contraddizione profonda con i principi più elementari della tradizione liberale. Entro questa tradizione, il diritto di emigrare è il più antico dei diritti naturali, essendo stato proclamato alle origini della civiltà giuridica moderna. Ben prima della teorizzazione hobbesiana del diritto alla vita e di quella lockiana dei diritti di libertà, lo ius migrandi fu infatti configurato dal teologo spagnolo Francisco de Vitoria, nelle sue Relectiones de Indis svolte a Salamanca nel 1539, come un diritto universale e insieme come il fondamento del nascente diritto internazionale moderno.
Di fatto la sua proclamazione era chiaramente finalizzata alla legittimazione della conquista spagnola del Nuovo mondo: anche con la guerra, ove all’esercizio di quel diritto fosse stata opposta illegittima resistenza. Tuttavia – benché asimmetrico, non essendo certo esercitabile dalle popolazioni dei «nuovi» mondi, ma solo dagli europei che lo invocarono a sostegno delle loro conquiste e colonizzazioni – lo ius migrandi rimase da allora un principio fondamentale del diritto internazionale consuetudinario.

In nome della proprietà privata
John Locke lo teorizzò come essenziale al nesso proprietà, lavoro, sopravvivenza sul quale fondò la legittimità del capitalismo: «la stessa norma della proprietà», in forza della quale ciascuno è proprietario dei frutti del proprio lavoro, egli scrisse, «può sempre valere nel mondo senza pregiudicare nessuno, poiché vi è terra sufficiente nel mondo da bastare al doppio di abitanti» (…). Kant, a sua volta, enunciò ancor più esplicitamente non solo il «diritto di emigrare», ma anche il diritto di immigrare, che formulò come «terzo articolo definitivo per la pace perpetua». Infine il diritto di emigrare fu consacrato nell’art.13 della Dichiarazione universale dei diritti nel 1948 e in quasi tutte le odierne costituzioni, inclusa quella italiana (…).
Ho ricordato queste origini dello ius migrandi perché la loro memoria dovrebbe quanto meno generare una cattiva coscienza in ordine all’illegittimità morale e politica, ancor prima che giuridica, della legislazione contro gli immigrati. Quell’asimmetria, in forza della quale quel diritto fu utilizzato dai soli occidentali a danno delle popolazioni dei nuovi mondi, si è oggi rovesciata. Dopo cinque secoli di colonizzazioni e rapine non sono più gli europei ad emigrare nei paesi poveri del mondo, ma sono al contrario le masse affamate di questi stessi paesi che premono alle nostre frontiere. E con il rovesciamento dell’asimmetria si è prodotto anche un rovesciamento del diritto. Oggi che l’esercizio del diritto di emigrare è divenuto possibile per tutti ed è per di più la sola alternativa di vita per milioni di esseri umani, non solo se ne è dimenticato l’origine storica e il fondamento giuridico nella tradizione occidentale, ma lo si reprime con la stessa feroce durezza con cui lo si è brandito alle origini della civiltà moderna a scopo di conquista e colonizzazione. Nel momento in cui si è trattato di prenderne sul serio il carattere «universale», quel diritto è infatti svanito, capovolgendosi nel suo contrario: tramutandosi in reato.
È questa l’enorme novità dell’attuale legislazione italiana rispetto alle stesse leggi anti-immigrazione del passato, come la Bossi-Fini o le varie leggi contro gli immigrati degli altri paesi europei: la criminalizzazione degli immigrati clandestini. (…)
Ma oggi la novità della criminalizzazione degli immigrati compromette radicalmente l’identità democratica del nostro paese. Giacché essa ha creato una nuova figura: quella della persona illegale, fuorilegge solo perché tale, non-persona perché priva di diritti e perciò esposta a qualunque tipo di vessazione; destinata dunque a generare un nuovo proletariato, discriminato giuridicamente e non più solo, come i vecchi immigrati, economicamente e socialmente.
Il salto di qualità consiste dunque nei connotati intrinsecamente razzisti della nuova legislazione: dapprima del decreto legge n.92/2008, convertito in legge il 24 luglio del 2008, che ha introdotto, per qualunque reato, l’aggravante della condizione di clandestino, l’aumento della pena fino a un terzo e il divieto di concedere le attenuanti generiche sulla sola base dell’assenza di precedenti penali; poi, soprattutto, della legge sulla sicurezza (…) È stato infine allungato da 2 a 6 mesi il tempo di permanenza dei clandestini nei centri di espulsione (Cie). Infine le norme apertamente razziste, di triste memoria nel nostro paese: il divieto dei matrimoni misti per l’immigrato irregolare, gli ostacoli alle rimesse di denaro alle famiglie; il divieto per quanti sono privi del permesso di soggiorno di iscrivere i figli all’anagrafe, con il conseguente pericolo che questi, non essendo riconosciuti, possano essere dati in adozione e sottratti alle loro madri, la cui sola alternativa sarà il parto clandestino e la clandestinità dei loro figli.(…)

Buttati a mare
La cosa più sconfortante è che queste leggi non sono bastate a soddisfare le pulsioni razziste presenti nell’attuale governo. Anch’esse, benché crudelmente discriminatorie, sono state violate dal nostro governo. È quanto è accaduto in questi mesi, a partire dallo scorso 6 maggio, con l’infamia dei respingimenti in mare, nel corso dei quali centinaia di persone sono state rigettate, a rischio della loro vita, nei campi libici o nei loro paesi di provenienza. Questi respingimenti sono illegali sotto più aspetti. Hanno violato, anzitutto, il diritto d’asilo stabilito dall’articolo 10 (comma 3) della Costituzione per «lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche», giacché le navi italiane con cui gli immigrati vengono riportati in Libia sono territorio italiano, siano esse in acque territoriali o in acque extraterritoriali. E lo hanno violato doppiamente, giacché questi disperati vengono respinti in quei veri lager che sono i campi libici, dove sono destinati a rimanere senza limiti di tempo e in violazione dei più elementari diritti umani. Hanno violato, in secondo luogo, la garanzia dell’habeas corpus stabilita dall’articolo 13 (3 comma) della Costituzione: questi respingimenti si sono infatti risolti in accompagnamenti coattivi, non sottoposti a nessuna convalida giudiziaria. (…) Infine sono state violate le convenzioni internazionali che l’Italia, nell’articolo 10 della Costituzione si è impegnata a rispettare: l’art.13 della Dichiarazione universale dei diritti umani sulla libertà di emigrare; l’art.14 della stessa Dichiarazione sul diritto d’asilo; l’art.4 del protocollo 4 della Convenzione europea dei diritti umani che vieta le espulsioni collettive.
Infine l’ultimo, dolente capitolo: quello dei «centri» che prima si chiamavano «di accoglienza» e che la nuova legge chiama «centri di identificazione e di espulsione», nei quali gli immigrati possono restare reclusi non più per 60 giorni, come secondo la vecchia legge, ma per sei mesi. Questi centri sono veri luoghi di detenzione: una detenzione, peraltro, ancor più grave e penosa di quella carceraria, dato che è sottratta a tutte le garanzie previste per i detenuti, a cominciare dal ruolo di controllo svolto dalla magistratura di sorveglianza.
Sono stati così creati dei centri, dei luoghi, dei campi di concentramento – chiamiamoli come vogliamo – in cui vengono recluse persone che non hanno fatto nulla di male, ma che vengono private di qualunque diritto e sottoposte a un trattamento punitivo senza neppure i diritti e le garanzie che accompagnano la stessa pena della reclusione. In questi centri la violazione dell’habeas corpus è totale.(…)
Queste norme e queste pratiche rivelano insomma un vero e proprio razzismo istituzionale. (…) Esse esprimono l’immagine dell’immigrato come «cosa», come non-persona, il cui solo valore è quello di mano d’opera a basso costo per lavori troppo faticosi, o pericolosi o umilianti: tutto, fuorché un essere umano, titolare di diritti al pari dei cittadini.

Categorie criminali
C’è un altro aspetto, ancor più grave, del razzismo istituzionale espresso da queste norme e dalla campagna sulla sicurezza a loro sostegno: il veleno razzista da esse iniettato nel senso comune. Queste norme e questa campagna non si limitano a riflettere il razzismo diffuso nella società, ma sono esse stesse norme razziste – le odierne «leggi razziali», è stato detto, a distanza di 70 anni da quelle di Mussolini – che quel razzismo valgono ad assecondare e a fomentare, stigmatizzando come pericolosi e potenziali delinquenti non già singoli individui sulla base dei reati commessi, ma intere categorie di persone sulla base della loro identità etnica. (…)
Questo razzismo istituzionale rischia di minare alle radici la nostra democrazia. Al tempo stesso, le politiche e le leggi che ne sono espressione possono solo aggravare e drammatizzare tutti i proble-mi che si illudo-no di risolvere. Mentre non saranno mai in grado di fermare l’immigrazione, avranno come effetto principale l’aumento esponenziale del numero dei clandestini e la loro emarginazione sociale inevitabilmente criminogena. E’ infatti evidente che, come già è accaduto per l’emigrazione italiana negli Stati Uniti negli anni venti e trenta del secolo scorso, la condizione di debolezza e di inferiorità degli immigrati finisce inevitabilmente per spingerli nell’illegalità, alla ricerca della solidarietà e della protezione di altri immigrati clandestini e di consegnarli, magari, al controllo delle mafie. Occorre al contrario essere consapevoli della complementarità e della convergenza tra sicurezza e integrazione sociale: una politica a garanzia della sicurezza non solo non esclude, ma implica la massima integrazione degli immigrati, attraverso il riconoscimento della loro dignità di persone e la garanzia di tutti i diritti della persona.

LETTERA APERTA AL SINDACO BUSELLI

Tanto si è discusso in questo periodo sul famigerato pacchetto sicurezza; di fronte a tale norme, è giusto che tutti, istituzioni, gruppi politici, associazioni, cittadini, prendano una posizione che sia chiara ed aperta.

Questo deve avvenire anche a livello locale e cittadino.

Infatti occorre ricordare che nel nostro territorio vivono e lavorano circa seicento stranieri con regolare permesso di soggiorno e un centinaio ancora irregolari.

Tutte persone che lavorano quotidianamente nelle nostre case, nei nostri ristoranti, nelle nostre campagne o nei nostri boschi.

Non possiamo quindi non preoccuparci dei problemi che potrebbero porsi, a seguito dell’approvazione del pacchetto sicurezza da parte del governo italiano, alla prosecuzione delle molteplici iniziative assistenziali, di recupero e di promozione sociale operanti da tempo nella nostra città, a favore di donne uomini e bambini svantaggiati, qualunque sia la loro storia, la loro lingua, il colore della loro pelle.

Le nuove norme coinvolgeranno quindi tutti noi, sia da un punto di vista morale che pratico e non può definirsi civile un popolo che resta in silenzio davanti a un tale scempio.

Lo stesso comunicato pubblicato tre settimane fa sulla Spalletta da parte di alcuni cittadini e di volontari legati alla struttura di accoglienza di San Girolamo confermano la preoccupazione di tutti i democratici sia per una normativa di impronta razzista che per i suoi risvolti di carattere umanitario e sociale, di cui anche le istituzioni locali non possono non tenere conto.

Al consiglio comunale di Volterra il 16 luglio è stato chiesto dalle opposizioni alla nuova amministrazione, di prendere posizione e condannare le nuove norme sulla sicurezza, che attribuiscono peraltro poteri discrezionali anche ai Sindaci (sulla questione il Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione D’Ambrosio ha commentato l’insieme di norme del pacchetto sicurezza come volte a costruire uno Stato ad ordine pubblico e sicurezza variabili territorialmente).

Il Sindaco e la maggioranza consiliare hanno respinto le proposte dell’opposizione partendo dall’assunto che un’amministrazione locale deve affrontare e possibilmente risolvere soltanto questioni legate alla vita di uno specifico territorio e non occuparsi della politica nazionale generale.

A sostegno della negata adesione alle proposte dell’opposizione è stato anche fatto presente che non erano ancora stati emanati i decreti attuativi.

Su quest’ultima affermazione è pacifico in diritto che un decreto attuativo di una legge per definizione attua e non modifica i principi e le norme espresse nella legge stessa e a conferma di ciò erano sotto gli occhi di tutti i casi di sindaci di varie città d’Italia che in ottemperanza alla legge approvata, emanavano ordinanze nei limiti delle nuove attribuzioni conferitegli, anche prima dell’emanazione dei decreti attuativi. D’altra parte anche altri rappresentanti istituzionali hanno anticipato i principi della riforma, come il Dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale della Toscana che di fatto ha costretto uno studente a rinunciare all’esame di stato, in quanto sprovvisto della residenza e del permesso di soggiorno.

E insufficiente è la rassicurazione data dalla maggioranza consiliare sul rispetto della Costituzione: il pacchetto sicurezza è norma dello Stato nonostante la Costituzione.

Per quanto riguarda la decisione della maggioranza consiliare di non discutere la politica nazionale è necessario ricordare che le norme sulla sicurezza incidono nel quotidiano di ognuno di noi e un Sindaco ha il dovere morale oltre che istituzionale di pronunciarsi: le sue azioni e le sue posizioni, rese pubbliche, sono un monito e una garanzia per tutti i cittadini.

E non è sufficiente garantire in via privata un singolo operatore sociale: in primo luogo perché è inaccettabile moralmente  doversi raccomandare perché non accada niente e i controlli non siano disposti e in secondo luogo  perché comunque altri soggetti sul territorio, a vario titolo coinvolti dalla legge ad effettuare i controlli, potrebbero discrezionalmente applicarla e denunciare o tenere comunque comportamenti in linea con questa legge razzista.

La posizione pubblica di un Sindaco dà un “marchio” morale ad un territorio e finisce per guidare e influenzare le scelte e i comportamenti di tutti.

A titolo esemplificativo ecco alcuni casi che potrebbero verificarsi anche a Volterra:

  1. Agli uffici anagrafe comunali devono rivolgersi i cittadini, italiani o stranieri per un’iscrizione o variazione della residenza.

La nuova legge prevede che gli uffici comunali possano verificare le condizioni igienico sanitarie dell’immobile in cui il richiedente intende fissare la residenza. In assenza dell’idoneità, l’iscrizione o la variazione anagrafica sarà negata, con la conseguente esclusione della famiglia interessata dalle eventuali integrazioni al reddito, dal servizio sanitario, dalle graduatorie per gli asili nido, le scuole materne, le case popolari, e via discriminando.

In questi casi come userà il Sindaco i poteri discrezionali che gli sono attribuiti dalla legge?

  1. la legge prevede che, nei casi di indebita occupazione del suolo pubblico, il sindaco per le strade urbane e il prefetto per quelle extraurbane o quando ricorro motivi di sicurezza pubblica per ogni luogo, possano ordinare l’immediato ripristino dei luoghi e se si tratta di occupazione a fini di commercio, la chiusura dell’esercizio.

Ma i motivi che giustificano l’intervento della forza pubblica potrebbero essere invocati con preferenza nei casi di raggruppamenti di extracomunitari o di locali indesiderati.

In questi casi come userà il Sindaco i poteri discrezionali che gli sono attribuiti dalla legge?

  1. Una vecchia legge obbliga tutti i cittadini, italiani e stranieri, a registrare le nascite all’ufficio di stato civile del Comune. La nuova legge impone ai cittadini stranieri di mostrare il permesso di soggiorno per registrare la nascite di un figlio. Se non l’hanno, l’impiegato li deve segnalare alla questura. Per non venir segnalati e quindi espulsi, ai cittadini stranieri clandestini restano due scelte: soggiacere all’impossibilità di riconoscere i figli permettendone così l’adottabilità in quanto abbandonati; o partorirli e tenerseli di nascosto con la prospettiva di non poterli far curare nelle strutture pubbliche né mai mandare a un asilo o iscrivere a una scuola.

Su questo il Sindaco non crede di dover prendere una posizione prima che si verifichino casi di bambini invisibili a Volterra? Non crede di dover attivare collaborazioni con medici e altre strutture e occuparsi del problema?

  1. la nuova legge prevede che anche i dirigenti scolastici, quali pubblici ufficiali, denuncino le situazioni di clandestinità, negando a chi non è in possesso del codice fiscale, che ovviamente i clandestini non hanno, di essere ammessi all’esame per il diploma di scuola superiore.

Su questo il Sindaco non crede di dover prendere una posizione prima che si verifichino casi di ragazzi che vedono negato il loro diritto allo studio? Non crede di dover discutere per cercare una soluzione concreta o un comportamento quanto meno solidale da tenere?

Ci sembra dunque corretto prima ancora che legittimo, attendere dall’amministrazione comunale, istanza prioritaria della vita democratica della comunità, di sapere con quali strumenti di politica amministrativa e con quali obiettivi di convivenza civile intenda affrontare i compiti interamente o parzialmente nuovi attribuitigli e di quanta discrezionalità ritenga poter disporre.

Così come ci sembra utile chiedere un eguale chiarimento di propositi a ogni organismo che a vario titolo e con diversi strumenti partecipa alla vita della nostra comunità.

PARTITO DEMOCRATICO

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA

SINISTRA E LIBERTA’

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

GRUPPO CONSILIARE LA SINISTRA PER VOLTERRA

GRUPPO CONSILIARE VOLTERRA CITTA’ APERTA

Rossana Rossanda La fine di un ciclo

il Manifesto 4 settembre 2009

Lo scenario politico degli ultimi anni sta arrivando a consunzione. Non sarà facile metterne alla luce uno più decente tanta è la bassezza, istituzionale e culturale, in cui siamo per responsabilità di molti, forse di tutti, nell’inseguire una transizione verso una seconda repubblica che, in assenza di un progetto di qualche spessore, si è risolta soltanto nel tentativo di minare lettera e spirito della Costituzione del 1948 – largo a un mercato da Far West, concessioni illimitate a una proprietà senza coraggio, abbattimento, e possibilmente fine, di ogni diritto sociale. Risultato, un decisionismo cialtrone sommato alla tradizione nazionale di evadere il più possibile la legge e il fisco.
In questo quadro, l’ascesa folgorante di una figura come quella di Silvio Berlusconi ha la sua logica. Non è solo per le sue imprese sessuali – ciliegina sulla torta della legge sulla sicurezza più indecente d’Europa – che si ride di noi, perduto quel rispetto che nel dopoguerra eravamo con fatica riusciti a conquistarci. Tale è l’imbarazzo che circonda l’Italia che siamo usciti perfino dalle abituali statistiche, non siamo neanche un’anomalia, siamo da non prendere sul serio.
Gli scricchiolii si avvertono a destra e a sinistra. Sulla sinistra è perfino superfluo tornare, è detta estrema solo perché ha una certa attenzione alle sofferenze del lavoro e una certa sensibilità allo scombussolamento delle coscienze, ma non è in grado di uscire dalla ripetitività di formule da una parte, Ferrero e Diliberto, e dall’altra dal troppo silenzio di un Vendola diventato oggetto di tiro regionale al bersaglio.
Né è possibile attendersi dal Partito democratico almeno un aggiornamento del keynesismo a livello 2009 – la crisi è tornata tutta nelle mani di chi l’ha provocata e a pagarne le spese sono i ceti più deboli e i lavoratori di ogni tipo, per il calo continuo dell’occupazione. Questo non è solo un problema nostro, anche Obama è in pericolo, incastrato com’è fra il corporativismo della società americana e l’eredità sempre più avvelenata del Medio Oriente.
Insomma “sinistra”, parola che credevamo impraticabile per mollezza, è diventata addirittura simbolo di estremismo, neanche il Pd la pronuncia senza scusarsi, cosa che non succede neppure alla Spd, per non dire della Linke. Di Bersani non ricorderemo certo i voli di pensiero, noioso com’è a forza di buon senso emiliano, e di Franceschini ci rimarrà in mente lo sforzo d’un democristiano perbene per tenere assieme ai ds un settore cattolico lusingato da sirene da tutte le parti.
Questa inaffondabilità dei cattolici è il solo processo che emerga con qualche chiarezza assieme alla crisi del ciclo berlusconiano. Come succede con i personaggi del suo tipo, sarà una fine agitata, a colpi di coda, ma il suo blocco si è rotto.
La scelta del cavaliere per la Lega – unica vera tendenza di fascismo localista e in abiti nuovi – ha posto Fini in posizione di challenger, in nome di una destra meno turpe che non gli sarà facilissimo rappresentare; certo ce la mette tutta. Se l’ex Forza Italia non sa bene dove guardare, An è divisa fra lui e un Gasparri che lo sfida. Lega e Pdl sono entrati in conflitto con la Chiesa (s’erano tanto amati!) per le intemperanze del cavaliere e di Feltri: così pieni di sé che la prudenza è andata a farsi benedire.
Così sotto traccia riappare la voglia di un partito cattolico, sia in chi sta scomodo nel Pd sia in chi sta scomodo nel Pdl, via Casini. L’Italia continua a replicare la partizione tricolore, con un rosso sempre più sbiadito, un bianco sempre piu sporco e un verde da giocare non con la Lega, ma con il Vaticano.
Verrebbe da dire “tanto rumore per nulla”, se il suicidio del Pci e del Psi non avesse spostato a destra l’asse del centro. È curioso che il paese dove più lunghe sono state le code del sessantotto sia destinato a diventare di nessuna, o scarsa, importanza per l’Europa.

Le radici dell’ omofobia

Repubblica – 03 settembre 2009

UN MIO amico gay (sapete la frase: «Non ho niente contro l’ omosessualità, ho anche un amico gay») mi dice che non sa bene che cosa voglia dire questa recrudescenza di odio e violenze omofobe, e nemmeno quanto sia reale. Può darsi, dice, che la differenza principale stia nella reazione: oggi non siamo più dispostia passarle sotto silenzio e a lasciarle impunite. La violenza omofoba non si è mai fermata. Può darsi, dice, che l’ incattivimento generale del nostro tempo la irriti di più: dopotutto, gli omosessuali sono da sempre lìa fare da bersaglio, loro e gli altri diversi per eccellenza, votati a far da capri espiatori, ebrei, zingari. Roma poi, dice, è la magnifica città d’ elezione delle discriminazioni e dei razzismi. I fascistelli (grazioso diminutivo, quasi vezzeggiativo, come Svastichella) si trovano il piatto servito al giorno d’ oggi: c’ è la Gay Street, si va a tirare un paio di bombe, poi quando ti inseguono si tira fuori una pistola (una pistola intera, non una pistolella) e si torna al calduccio del proprio covo. Il mio amico vive in una grande città del centro in cui l’ ultima aggressione a gay, peraltro fortuita, risale, dice, a due anni fa. Poi si scusa di dover chiudere la telefonata: sta uscendo per andare a una manifestazione contro la violenza omofoba. Non mi accontenta la sua opinione, dubbiosa del resto. Non che sia un’ opinione ottimista, al contrario. Vuol dire che l’ odio contro i gay non ha mai conosciuto tregua, e non ne conoscerà per molto tempo ancora. Non mi convince l’ idea della continuità. Mi pare che tutti i fenomeni del peggiore arcaismo e patriarcalismo, a cominciare dagli ammazzamenti di donne, abbiano un carattere modernissimo, siano insieme avanzi di passato e sintomi del mondo nuovo. Il futuro ha un cuore antico, diceva un bel titolo di Carlo Levi (che lo trovava uguale a se stesso, quel cuore, in Lucania o in Unione Sovietica). Si può anche paventare un futuro che non abbia più un cuore, ma ce l’ abbia decrepito. Gli assalti premeditati ai luoghi conviviali gay, o la coltellata improvvisata a un angolo di strada – secondata o ignorata dalla viltà degli astanti- sono fortunosamente coincisi con la decisione di “gridare al mondo” – ha scritto così D’ Avanzo – che «il direttore del giornale della Conferenza episcopale è un frocio!». Coincidenza che complica già le cose. E a complicarle ulteriormente sta l’ intreccio fra la posizione assunta dalla Chiesa in questo frangente, la posizione ufficialee tradizionale della Chiesa sull’ omosessualità, e lo speciale riparo di fatto offerto dalla Chiesa all’ omosessualità (e, altra questione, alla cosiddetta pedofilia). Non è facilissimo tenere assieme il rigoroso e sdegnato ripudio dell’ invadenza nella vita privata delle persone e la condanna delle loro private vocazioni sessuali. Le oscillazioni di questi giorni (ancora lievi, peraltro) nell’ atteggiamento della gerarchia cattolica, spiegate acutamente dagli esperti con le diverse linee politiche concorrenti, sono anche in qualche misura legate a quella contraddizione. (Bisognava alla Chiesa esser prudente, ammoniva Messori ieri sul Corriere, e destinare il sospettato di gusti diversi ad altri incarichi). La stessa giudiziosa (a volte troppo) distinzione che la Chiesa ribadisce tra peccato e peccatore, non basta a trovare un equilibrio: oscillando a sua volta fra un’ estrema indulgenza (credi forte, e pecca pure più forte ancora, magari a pagamento) e una colpevolizzazione devastante. Alfredo Ormando venne dalla Sicilia in piazza San Pietro per darsi fuoco il 22 gennaio 1998. Un “atto inconsulto”: come no. Lo aveva scritto lui stesso, qualche giorno prima, a Natale. «Vivo con la consapevolezza di chi sta per lasciare la vita terrena e ciò non mi fa orrore, anzi!, non vedo l’ ora di porre fine ai miei giorni; penseranno che sia un pazzo perché ho deciso Piazza San Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo». Un atto “innaturale”, per definizione: chea lui sembrò il più naturale degli atti: «Spero che capiranno il messaggio che voglio dare; è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’ omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l’ omosessualità è sua figlia». Questione complicata, e insieme semplice fino all’ imbarazzo. “Noi eterosessuali” dobbiamo pur pensarne qualcosa. Se non altro, per decidere se stiamo o no uscendo anche noi per andare a manifestare. Una volta, quando eravamo di sinistra e c’ era la sinistra (di sinistra siamo ancora, molti di noi, la sinistra però non c’ è più, o quasi), ci dicevamo che virilismoe omofobia sono connotati decisivi dei fascismi – magari per mascherare o rimuovere un’ omofilia temuta – e dunque battersi per i diritti di gay e lesbiche era un capitolo del dovere antifascista. Oggi la correttezza politica dà così per ovvia la tolleranza nei confronti delle diverse predilezioni sessuali che la questioneè pressoché accantonata. Le aggressioni contro i gay si moltiplicano, i gay rispondono, le autorità, per lo più maschie, hanno il gay village e la gay street cui far visita con le telecamere. E così via. A ciascuno il suo. Agli eterosessuali maschi la loro normalità, spinta ogni tanto all’ eccesso colposo di legittima difesa consistente nell’ ammazzare moglie e figli, ex fidanzata o prostituta ignota dell’ est, e poi tentare, quasi sempre fallendo, il suicidio. Sono dell’ altroieri i dati aggiornati sugli omicidi in Italia. Quelli in famiglia hanno il primo posto e superano nettamente gli ammazzamenti di mafia: quanto alle vittime, sono per il 70 per cento donne. Fine della digressione sulla normalità eterosessuale. Torniamo alla violenza omofoba e alla sua eventuale modernità. Sono persuaso che al fondo della questione dell’ immigrazione straniera stia il fantasma della sessualità, lo spettro che si aggira per l’ Europa e, più inaspettato e improvviso, in Italia. Evocato, del resto, dalla repellente ingenuità razzista, così facile a tradirsi. Frasi come «vengono a portarci via il lavoro» sono già meno frequenti di quelle: «Vengono a violentarci le donne». Non è vero che ci portino via il lavoro, come spiega la Banca d’ Italia, né che ci portino via le donne, come spiegano le statistiche criminali. Gli italiani furono giustamente commossi e sdegnati dall’ orribile violenza omicida di Tor di Quinto. Non hanno tratto abbastanza dalla lezione della strage netturbina di Erba. Gli immigrati arrivano alle nostre spiagge, provvisoriamente esanimi, come le avanguardie di un mondo povero e spaventosamente giovane e prolifico. Sono lo specchio rovesciato della nostra senescenza e della nostra demografia azzerata. Un tempo l’ omosessualità era dannata come un peccato contro la specie e l’ imperativo della riproduzione. Oggi non si può più trattare del “disordine sessuale” come di un attentato alla natalità, non esplicitamente. Ma sentirlo come un tradimento della famosa identità, l’ indizio più scoperto della resa effeminata dell’ invaso all’ invasore, una quinta colonna del mondo povero e giovane e famelico che preme per cancellare i confini, questo può succedere, succede. Come sempre i razzisti, consapevoli o no – come i nazisti, che facevano di nascosto lo sporco lavoro aspettandosi il riconoscimento dell’ umanità a venire – i fascistelli che aggrediscono un ragazzo gay stanno difendendo la nostra identità. Il nostro onore. Ci stanno difendendo, Dio ci aiuti.

ADRIANO SOFRI