Archivi del mese: ottobre 2009

SINISTRA – Ritrovarsi al lavoro

bologna

Si può uscire dalla crisi evitando un nuovo massacro sociale. Un appello per rimettere al centro i lavoratori

Nel nostro paese vi sono evidenti segnali di un risveglio dell’opposizione sociale alle politiche del governo delle destre e delle classi dominanti, dopo la dura sconfitta elettorale e la profonda crisi nella quale è entrata la sinistra. I movimenti non si sono spenti. Molti di essi hanno ritrovato vivacità. Dalla fine dell’estate in poi non vi è stato un fine settimana che non sia stato caratterizzato da un grande appuntamento, dalla manifestazione per la libertà di stampa a quella contro il razzismo, passando per quelle contro l’omofobia e il precariato nella scuola. Senza contare i tanti momenti di lotta e di conflitto locali. Anche il movimento sindacale non è inerte, malgrado la profonda divisione che lo attraversa.
Eppure dobbiamo riconoscere che il tema del lavoro non appare essere il centro motore, la leva moltiplicatrice di questa rinascente opposizione. Il cono di luce che si è acceso questa estate sulla vicenda Innse, grazie alla tenacia e alla vittoria degli operai, si è già spento. Non si può certo dire che il dibattito congressuale del più grande sindacato italiano la Cgil, stia muovendo i suoi primi passi con la dovuta attenzione da parte dei mass-media e del dibattito politico. Siamo convinti che tutto questo non deriva da una perdita del ruolo del lavoro nella società contemporanea, quanto dalla perdita della sua percezione da parte del mondo politico e di gran parte della sinistra.
Uno degli effetti più rilevanti del processo di globalizzazione è invece l’enorme aumento del numero dei lavoratori dipendenti su scala mondiale. Naturalmente, e ciò è particolarmente vero nelle società e nelle economie più sviluppate, il lavoro è cambiato. Il suo contenuto immateriale è cresciuto di importanza rispetto a quello materiale se ci confrontiamo con il periodo d’oro del fordismo-taylorismo. E’ enormemente aumentata la zona grigia che sta tra il lavoro e la disoccupazione, cioè l’area del precariato che pone problemi e bisogni inediti. Ma, pur sapendo che queste novità devono essere terreno di analisi ben più approfondite, il conflitto fra capitale e lavoro si è esteso su scala globale, assumendo molteplici e innovative forme, non il contrario.
Lo dimostra anche l’attuale crisi economico-finanziaria mondiale. Essa è ingigantita dalla dimensione enorme che ha assunto la finanza nel moderno capitalismo, ma le sue cause più autentiche affondano nell’economia reale, nel regime dei bassi salari, della precarizzazione del rapporto di lavoro, nella privatizzazione degli istituti dello stato sociale che hanno caratterizzato la stagione neoliberista del capitalismo contemporaneo. Se non cambiano le attuali politiche economiche dominanti, quando la crisi passerà, lascerà dietro di sé uno spaventoso aumento della disoccupazione e una nuova ondata di poveri, come già ci dicono le cifre fornite dall’Onu.
Si può uscire dalla crisi evitando un nuovo massacro sociale e un arretramento generale della capacità produttiva, solo cambiando il modello di sviluppo, orientandolo verso la produzione di beni fruibili collettivamente e difendendo l’ambiente. Ma questo non si può fare senza valorizzare in tutti i sensi il lavoro umano, quello che produce beni materiali e immateriali, quello manuale e quello intellettuale, quello dipendente e quello realmente autonomo, quello privato e quello pubblico. Rappresentare politicamente il lavoro vuole dire esattamente questo.
Noi, che apparteniamo a forze politiche e ad aree culturali che si collocano, per ideali e programmi, nel campo della sinistra, sentiamo il dovere e il bisogno di tornare a ragionare sul lavoro. Non pensiamo di poterlo fare da soli, ma sappiamo che questo compito spetta in primo luogo a chi ritiene che bisogna ridare significato e forza alla sinistra.
Per questo vogliamo unire i nostri sforzi e delle organizzazioni di cui facciamo parte in un lavoro costante di ricerca e di azione sul tema del lavoro e dei lavori, su quello dell’innalzamento delle retribuzioni, sulla riforma fiscale in favore del lavoro dipendente, sulla ricomposizione del mondo del lavoro contro la precarietà, sulla introduzione di un sistema universalistico di sostegno al reddito per chi il lavoro non ce l’ha, sulla democratizzazione della rappresentanza sindacale, sul diritto dei lavoratori di votare sugli accordi, sulla democrazia economica, sui nuovi confini e rapporti fra leggi e contratti. Vogliamo farlo in un’ottica almeno europea e non solo nazionale.
Per queste ragioni vogliamo dare vita a un «tavolo per il lavoro», per promuovere ricerche, dibattiti, iniziative, mobilitazioni, aperto a tutti coloro che condividono questa esigenza.

Piergiovanni Alleva, Titti di Salvo, Piero di Siena, Roberta Fantozzi, Orazio Licandro, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Alfonso Gianni, Giorgio Mele, Roberto Musacchio, Pasqualina Napoletano, GianPaolo Patta, Gianni Pagliarini, Augusto Rocchi, Cesare Salvi, Mario Tronti.
per adesioni:
crs@centroriformastato.it

Obblighiamo il governo a cambiare la politica economica e sociale

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A tutti i partiti politici dell’opposizione
Ai sindacati
Alle associazioni
Alla società civile

La crisi economica sta determinando una sofferenza sociale sempre maggiore. L’aumento della precarietà, la perdita di posti di lavoro, salari e pensioni con cui si fatica ad arrivare a fine mese sono il panorama comune a tutto il Paese. Il Governo invece di intervenire per risolvere questa situazione la aggrava con tagli alla spesa sociale e all’istruzione, con la compressione di salari e pensioni di cui l’attacco al contratto nazionale di lavoro è solo l’ultimo atto. Inoltre, questo Esecutivo si adopera a fomentare la guerra tra i poveri con provvedimenti razzisti e xenofobi sull’immigrazione.
Come se non bastasse, il Governo ha varato provvedimenti come lo scudo fiscale che legalizzano l’evasione fiscale e il malaffare, ha stanziato una quantità enorme di denaro per le banche, per l’acquisto di cacciabombardieri e per grandi opere inutili come il ponte sullo stretto di Messina.
Il Governo contribuisce, quindi, ad aggravare la crisi, difende i poteri forti e parallelamente si adopera per demolire la democrazia italiana portando a compimento la realizzazione del piano della P2 di Licio Gelli. Le proposte di manomissione della Carta Costituzionale si accompagnano ad una quotidiana azione di scardinamento della Costituzione materiale, al tentativo di mettere il bavaglio alla libera informazione, di limitare l’autonomia della Magistratura, di snaturare il ruolo del sindacato e di ridurre al silenzio i lavoratori.
Per contrastare quest’operazione che è allo stesso tempo antidemocratica, fascistoide e socialmente iniqua, riteniamo necessario costruire una risposta politica generale, forte e unitaria. Siamo impegnati a costruire un’opposizione di massa per ripristinare la democrazia nel paese e nei luoghi di lavoro e che obblighi il Governo a cambiare la politica economica e sociale. Ecco perché chiediamo le dimissioni di Berlusconi anche alla luce della sua manifesta indegnità morale a ricoprire l’incarico di Presidente del Consiglio.
E proponiamo a tutte le forze di opposizione di convocare per il prossimo 5 dicembre una manifestazione unitaria contro la politica del Governo e per le chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio.
Antonio Di Pietro
Paolo Ferrero

28/10/2009

DOPO LE PRIMARIE DEL PD

da Il Manifesto 28 ottobre 2009

di Alberto Asor Rosa


Non c’è alcun dubbio per me che il 25 ottobre sia stata una giornata positiva, molto positiva per la democrazia italiana, oltre che ovviamente per il Pd. Preciso subito che io non sono andato a votare alle primarie di questo partito: non sono un elettore del Pd (quantunque mi riesca difficile dire di cosa io oggi sia un elettore); ritenevo più corretto che su di un argomento del genere si esprimessero iscritti, simpatizzanti ed elettori del Pd. Ma questo non m’impedisce di vedere – anzi – quanto le cose in generale siano andate bene. In un clima di confusione e di sfacelo, che di recente ha toccato anche le fila del centro-sinistra, il fatto che più di tre milioni di cittadini abbiano risposto ad un appello di questa natura significa che un popolo c’è, c’è ancora e offre la propria disponibilità ad esserci ancora di più e ancora meglio.
In secondo luogo, io penso che sarebbe arbitrario in questo caso staccare il risultato popolare da quello del partito che ne ha beneficiato: insomma, il risultato popolare non ci sarebbe stato se non ci fosse stato il partito, l’unico partito di opposizione effettivamente strutturato a livello nazionale in questo paese (tutto il resto, dalla galassia della sinistra extraparlamentare all’Idv o esiste a stente macchie di leopardo oppure si rifugia nelle più comode vesti del partito d’opinione). Anche questo non è poco: la tabe berlusconiana non ha distrutto questo antico tessuto, meno male che ha retto.
Ho scritto: «antico tessuto», e forse non è stato a caso. Io non mi vergognerei di dire che ha vinto il candidato che era o si presentava meno «nuovista». Certe volte bisogna avere il coraggio di fare un passo indietro per farne due avanti. «Nuovismo» – sciagurato «nuovismo» – era stato teorizzare e praticare l’autosufficienza del Pd: i risultati ne sono sotto gli occhi di tutti. Ora si torna a parlare di alleanze: bene, anche se, per battere Berlusconi, il Pd dovrà rimettere insieme tutto quello che ha alla sua destra (Udc) e tutto quello che ha alla sua sinistra (Idv, galassia degli extraparlamentari): non sarà facile, ma auguri.
È da qui però che comincia, per questo Pd indubbiamente rafforzato, un percorso irto di difficoltà, il cui senso complessivo potrebbe esser così riassunto: come può un partito che ha fatto un passo indietro farne d’ora in poi due, e molti più, avanti? Mi permetterei di segnalare alcune questioni, nella forma schematica che meglio si adatta al cri-cri del grillo parlante:
1) Esiste innanzi tutto un problema di democrazia interna di partito, ovvero, con linguaggio leggermente più audace, di partecipazione popolare effettiva. Il Pd è stato in questi anni un partito a tendenze leaderistiche piuttosto accentuate (anche, il che è più ridicolo, a livello locale), e cioè goffamente impegnato a ricalcare il modello berlusconiano, che ovviamente da questo punto di vista è imbattibile. Le primarie – con tutti gli aspetti positivi in precedenza richiamati – restano tuttavia l’espressione di una democrazia tendenzialmente plebiscitaria. Far funzionare al meglio gli organismi elettivi di partito è molto più difficile, ma più stabile, più funzionante, più garantistico e più efficace.
2) Leggo sui giornali che il mio amico Francesco Rutelli lamenta che il risultato delle primarie fa del Pd un partito troppo di sinistra. Io starei ai fatti, limitandomi a constatare che il Pd è stato finora un partito eccezionalmente moderato. Ora, sarà pure un bene che il neo-segretario esordisca affrontando i temi dell’economia (quotidiani del 26-27 ottobre). Bisognerà pure, tuttavia, che ci si dica presto se il «lavoro» – in modo particolare il lavoro dipendente e in modo ancor più particolare i lavoro operaio – rappresenta un protagonista autonomo, una, come si diceva una volta, «variabile indipendente» per il nuovo Pd, oppure no. Da questo dipende molto se esso sarà in grado, oppure no, di battere la Lega in casa propria. E, più in generale, se esso potrà disporre di una base sociale forte all’interno del sistema produttivo del paese, il che mi appare essenziale per qualsiasi politica economica in grado di funzionare. Ossia, in buona sostanza, se continuerà ad essere un partito molto, molto moderato, oppure un poco, ma tangibilmente e visibilmente, più progressista.
3) La tutela dell’ambiente e la difesa del territorio costituiscono ostentatamente il tallone d’Achille dell’attuale Pd. Il nuovo Pd, se ce ne sarà uno, dovrà dedicare un’attenzione particolare a queste tematiche, rovesciando molto delle posizioni attualmente dominanti. Dove il Pd è stato al governo in questi anni, a livello regionale e comunale (tanto per fare esempi lampanti: Toscana e Firenze), non s’è vista differenza alcuna rispetto alle politiche di sfruttamento selvaggio del territorio e dell’urbanistica più cementizia dominanti nelle regioni e nei comuni governati dal centro-destra. Coloro che in passato, dalle file ambientaliste, avevano criticato quegli orientamenti sono stati tacciati di arroganza, estremismo e, peggio, nullismo. Ora i loro accusatori, uomini molto, molto interni al Pd (notizie del 27 ottobre) vanno in galera. Quanto alla politica delle grandi infrastrutture, promossa come cosa propria – e si capisce – dai «berluscones» (ponti, porti, autostrade, Tav), necessita di una risposta critica totalmente alternativa, che pure è possibile anche fattualmente. Per favore, risposte chiare, magari moderate, ma chiare.
4) Non so se un partito vecchio, che voglia farsi nuovo, abbia bisogno di una propria cultura oppure no. Quel che so, è che il Pd non ne ha alcuna e che in questi anni non ha neanche provato ad averne, lasciando spazio alle Fondazioni private dei suoi dirigenti (che sono, mette conto di precisarlo) tutt’altra cosa. Possibile che non ci sia alle spalle di quel che questo partito pensa e decide neanche uno straccio di elaborazione intellettuale? Esempio minimo: le tre questioni precedenti (democrazia, lavoro, ambiente) non potrebbero neanche esser poste, se uno non avesse nella testa alcune coordinate culturali basilari, le quali poi altro non sono che i criteri con i quali si legge il mondo nell’atto stesso in cui sta cambiando, come sempre dunque nella prospettiva che va dal passato al presente verso il futuro. La cultura, come si sa, è un argine all’improvvisazione e all’arbitrio dei politici. Ma può nascere e svilupparsi in politica solo se i politici fanno mostra di averne bisogno e loro stessi la praticano. E’ precisamente ciò che finora è del tutto mancato.
Insomma, il buon risultato ha fatto crescere le pretese. Ma non è così che funziona la democrazia, quando funziona?

lettera aperta a Fabio Bernardini

Al Sindaco

All’Assessore Fabio Bernardini

Ai Capi Gruppo Consiliari

Sulla Spalletta del 17 ottobre ho letto con stupore che Fabio Bernardini, consigliere comunale e assessore della Lista Civica, rispondendo ad un articolo di Rifondazione, è arrivato a darmi del bugiardo perché avrei sostenuto nella conferenza dei capigruppo che il documento da me presentato sulla Solvay sarebbe stato approvato da lui, quando ciò non corrispondeva al vero. Fabio Bernardini mi manda un’offesa gratuita perché questa cosa io non l’ho mai detta.

Avrei potuto opporgli il verbale della conferenza dei capigruppo, ma non lo posso fare perché il Sindaco non ha ritenuto necessario che sia redatto un verbale delle conferenze dei capigruppo. Non devo dubitare che il Sindaco abbia riferito correttamente i lavori della conferenza ai suoi assessori, tuttavia non mi spiego  perché né da parte di chi siano state così travisate le parole dette in quella sede.

Dopo la riunione, quando sono rientrato a casa, ho inviato a Fabio Bernardini  una e-mail, con allegato il documento in questione, nella quale lo informavo che avevo ritenuto opportuno sostituire il mio primo testo e introdurre, nel nuovo testo, una parte delle osservazioni che mi aveva fatto avere lui e una parte delle osservazioni che mi aveva fatto avere Rosa Dello Sbarba, alla ricerca di una mediazione che poi, come si sa, è fallita tra inutili polemiche. Quindi, come avrei potuto dire che Fabio Bernardini aveva approvato un documento che ancora non conosceva?

La politica mi ha abituato a molte discussioni aspre e anche a molte situazioni di duro scontro verbale, ma questa è la prima volta che ricevo un’offesa. Non la posso ricevere e la rispedisco al mittente.

Mi fermo qui perché, nel mio stato d’animo, ogni altra considerazione potrebbe essere sbagliata.

21 ottobre 2009

Danilo Cucini, consigliere comunale della Sinistra per Volterra

Dario Fo sul razzismo

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di Dario Fo
FUORI DAL BARATRO
Dobbiamo ripeterlo, all’infinito. L’Italia che ha introdotto il reato d’immigrazione clandestina, l’allungamento della detenzione preventiva, che pratica i respingimenti azzerando il diritto d’asilo, è un paese sul baratro.
È in atto, qui e ora, una trasformazione violenta della nostra natura, un capovolgimento antropologico, una corruzione storica. Ne viene modificata la ragione d’essere di un popolo, le basi costitutive della convivenza tra gli umani e la cancellazione insieme delle basi del diritto universale come del cuore solidaristico ed egualitario della nostra costituzione.
Una delle culture profonde e fin qui radicate che così rischiano di venir meno è quella dell’asilo, del soggiorno e dell’ospitalità, tradizione positiva di quella che chiamiamo «nostra civiltà». Con i respingimenti e con le ronde che privatizzano e aizzano all’odio sulla sicurezza, tutti i giorni la civiltà è negata. Negato quel diritto all’asilo che esisteva nelle chiese cristiane 2000 anni fa e che era parte costitutiva della realtà dei Comuni che garantivano la salvezza del fuggiasco e dell’oppresso che si era liberato dal servaggio del vassallo. «Sei salvo», dicevano offrendo libertà e lavoro. Poi si dicono cristiani. Non sanno neanche che cosa significhi. Perché il cristianesimo è accoglimento, la prima regola, il primo atto d’amore verso il cacciato. C’è una cosa che io recito in questi giorni con Franca Rame su Ambrogio: sant’Ambrogio in un suo discorso che tiene ai parrocchiani ad un certo punto se la prende con i ricchi e dice: «Ricordati che quando sentirai lamento e bussare alla porta, alla tua porta, mentre sei al tiepido e tranquillo e coperto, colui che viene a bussare è un uomo e quell’uomo si chiama Gesù». Pensa un po’.
Di più. La cosa orrenda è che noi ormai siamo pronti ad accettare l’ospitalità solo se è pagata bene. Se chi viene a chiedere ospitalità ha la possibilità di pagarci. Eppure nello scambio ineguale i miseri siamo noi e l’arricchimento tra le culture sembra una favola affondata, colata a picco con la disperazione dei naufraghi dei barconi, dentro le apparenze-verità televisive. Ecco che crolla quella sensibilità minuta del vivere, patrimonio fin qui diffuso. Prima si diceva: nessuno riceverà solo un bicchier d’acqua se dirà ho sete alla nostra porta, noi daremo il vino. È un’espressione che c’è in Veneto, in Lombardia, in Piemonte, in Sicilia, dappertutto. Offriamo a chiunque, prima ancora che quello chieda. E oggi l’unica cosa che sappiamo dire, grazie alla destra di governo, al populismo razzista che alimenta, ma anche ai molti ritardi e silenzi di quella che ancora ci ostiniamo a chiamare sinistra è: vattene via.
Hanno diritto all’accoglienza perché hanno diritto a fuggire dalla guerra, dai regimi dittatoriali che noi spesso aiutiamo per le materie prime da sfruttare. E perché rifiutano la miseria e la fame. Lo dice l’Onu che c’è un miliardo di esseri umani ridotto a morire perché in assenza di cibo nelle periferie e baraccopoli dei continenti depredati come l’Africa e l’Asia. E noi offriamo di caldo solo il razzismo che è l’anticamera, aperta, del fascismo.
Oggi in piazza e ogni giorno nella realtà quotidiana dobbiamo essere in tanti per fermare questa deriva, per gridare che i migranti siamo noi.

Il manifesto 17 ottobre 2009

“La democrazia delegittimata” di Gustavo Zagrebelsky

Si annuncia, anzi è in corso, una crisi istituzionale di vasta portata. A che cosa sia e a che cosa essa chiami coloro che occupano posti di responsabilità nel nostro Paese, sono dedicate le considerazioni seguenti, esposte in quattro punti concatenati tra loro, dall´astratto al concreto.
1. Che cosa sono e a che cosa servono le istituzioni. Il genere umano ha scoperto le istituzioni per mettere a freno l´aggressività e l´istinto di sopraffazione che allignano – in uno più, in altro meno – in ognuno di noi, per diffondere fiducia e cooperazione, garantire un po´ di stabilità e sicurezza nelle relazioni umane e proteggere quel tanto di libertà che è compatibile con la vita associata. In una parola: per allontanare sempre di nuovo, ancora di un giorno, le “prove di forza” che accompagnano, come fantasmi che possono materializzarsi, i contatti tra gli esseri umani. Le istituzioni servono innanzitutto a questo: a neutralizzare i nostri istinti distruttivi e a civilizzarci. Poiché nel fondo siamo animali selvatici, possiamo anche dire: servono ad addomesticarci, incanalando e indirizzando le nostre energie in strutture, procedure, garanzie e controlli, così trasformandole, da distruttive, in costruttive di opere durature.

Non sembri eccessivo che, per parlare delle opere e dei giorni del nostro Paese in questo momento, si proceda così da lontano e da fondo, cioè da questa piccola sintesi del celebre scritto di Sigmund Freud sul “disagio della civiltà” (1929). È una messa in guardia a proposito di ciò che accade quando le istituzioni s´indeboliscono o scompaiono, inghiottite dall´ego di coloro che le impersonano e le usano per i loro propri interessi. Oppure – ed è lo stesso – è un ammonimento circa i pericoli di quando si diffonde l´idea che esse siano impacci, o abbiano tradito la loro funzione e siano diventate semplicemente coperture della lotta politica. In breve, si tratta dello scatenamento delle energie peggiori, che le istituzioni e il “senso delle istituzioni” non riescono a controllare. Questo è esattamente il nostro rischio, la china su cui siamo messi a causa di ciò che, con un´espressione abusata di cui non si coglie più la drammaticità, chiamiamo “delegittimazione”. Senza istituzioni, tutto diventa possibile. La “prova di forza” pre-politica, cioè fuori delle regole che ci siamo dati per “istituzionalizzare” il fisiologico conflitto politico, è alle porte.
2. Conflitto pre-politico. Guardiamo quello che accade. Lasciamo da parte i troppi che, come sempre accade, aspettano senza scoprirsi di capire come vanno le cose per schierarsi dalla “parte giusta”. Accanto ai molti indifferenti, presi dell´assillo d´altri problemi, coloro che si sentono parti in causa sono divisi da una frattura che non possono o non vogliono colmare. Da una parte, c´è chi giurerebbe sulla convinzione che è in corso una congiura contro il presidente del Consiglio e la sua maggioranza, condotta con metodi criminosi da oligarchie irresponsabili e magistrature corrotte politicamente, per un fine antidemocratico: contraddire il risultato di libere elezioni e mettere nel nulla la volontà di milioni di elettori. Sul fronte opposto, si giurerebbe sulla convinzione che, invece, il metodo criminoso è quello di un presidente del Consiglio che, per evitare di rispondere in giudizio di accuse penali assai gravi e infamanti, vuol porsi al di sopra della Costituzione e della legge, cambiandole a suo uso e consumo. Così, due accuse si fronteggiano: di attentato alla democrazia, da una parte; di attentato allo stato di diritto, dall´altra. Questa spaccatura è pre-politica. Non riguarda il come agire dentro le regole della politica che sono date dalla Costituzione, ma addirittura se starci dentro, o uscirne fuori. Vola, infatti, nei due sensi, l´accusa di tentare una forzatura. Qualcuno parla di “golpe”, senza rendersi conto di ciò che dice o forse rendendosene ben conto. Quando questo veleno entra in circolo, tutto – atti e parole che, nella normalità, sarebbero inimmaginabili o apparirebbero disgustose intimidazioni e prepotenze – diventa lecito, anche a fini preventivi.
Gli storici diranno di chi è la responsabilità della stasis, del punto morto al quale siamo arrivati. Ma noi ora vi siamo dentro e non possiamo consolarci pensando, ciascuno sulle proprie posizioni, che la storia ci darà ragione. Abbiamo il dovere di districarci nella difficoltà, per noi e i nostri figli, ai quali vorremmo consegnare un Paese pacifico e civile. Non serve a nulla, a questo punto, la ricerca della responsabilità originaria. Serve solo ad attizzare il conflitto. Non serve a nulla lo scambio di accuse tra due fronti che sembrano non ascoltarsi più. Anzi, serve a scavare ancora il fosso e a dare spazio all´avventura. Nessuno ha da rinunciare alle proprie idee, al giudizio su sé e su gli altri. Ma ora si tratta di prendere atto che la spaccatura esiste come “dato”, come “cosa” che minaccia le istituzioni e, con esse, la convivenza ch´esse devono assicurare.
3. “Delegittimazione democratica” delle istituzioni. La minaccia alla convivenza va di pari passo con l´indebolimento delle istituzioni, con la loro “delegittimazione”. È una storia che viene da lontano, che si ripete ogni volta, con l´affermarsi nella pratica e nel senso comune di un´idea di politica come immedesimazione di un capo nel suo popolo (”voglio essere uno come voi”) e di un popolo nel suo capo (”vogliamo essere come te”). Quest´immedesimazione ha assunto nella storia molte forme e molti nomi: democrazia plebiscitaria, demagogia, cesarismo, bonapartismo, peronismo, ecc. Altre forme e altri nomi assume oggi e assumerà in futuro, in conseguenza dei mezzi tecnici di quell´immedesimazione. In ogni caso, però, chi governa immedesimandosi nel popolo sale sul popolo e da lì guarda tutto dall´alto in basso, non concependo che possano esistere limiti e controlli. In nome di che, del resto? Di qualche giudice o giurista parruccone che non rappresenta che se stesso? La politica come immedesimazione o “identitaria” non ha bisogno d´istituzioni; le sono d´impaccio, anzi nemiche. Esse non possono che raffreddare un rapporto che si vuole invece caldo, tra capo e corpo, leader e seguaci. Nascono movimenti, simboli, inni, motti e frasi fatte, eventi e opere, ricorrenze, spettacoli, esempi, che celebrano e rafforzano quel rapporto e quella vicinanza, facendo appello indifferentemente, secondo che occorra, a nobili slanci altruistici o gretti sentimenti egoistici; ora adulando supposte virtù patriottiche, ora stuzzicando nascosti impulsi volgari. Si tratta di rappresentare il “paese reale” per impiantarvi una cosa che viene chiamata democrazia, anzi “vera democrazia”, in contrapposizione a quella “falsa”, “formale”, “vuota”, cioè quella mediata dalle istituzioni.
Noi assistiamo a questo processo. In nome della “vera democrazia” (posso fare quello che voglio perché ho il popolo dalla mia parte: vero a falso che sia), le istituzioni che non si adeguano sono indicate come nemiche. Non s´immagina neppure che possano fare onestamente il loro dovere che non è di tenere bordone a questo o quello ma, per esempio, di applicare la legge e di difendere la Costituzione oppure, per le istituzioni dell´informazione, semplicemente di pubblicare notizie. Devono essere necessariamente alleate del nemico. Se il potere è “di destra”, le si accuserà d´essere “di sinistra”. Se mai il potere fosse di sinistra, la stessa concezione della democrazia le farebbe accusare d´essere “di destra”. Ma le istituzioni della democrazia pur esistono e non è pensabile di eliminarle, a favore di una demagogia pura e semplice. Bisogna pur salvare le forme, anche per non essere banditi dal consorzio delle nazioni civili. Allora, via alle intimidazioni o – ed è lo stesso – alle seduzioni e, se non basta, via alle riforme per ridurre l´autonomia e l´indipendenza delle istituzioni non allineate. Così, si cambia regime dall´interno, lasciando l´involucro ma svuotato della sostanza. Così è per il governo, da rendere obbediente al “primus inter pares”, per il Parlamento, da ridurre a esecutore passivo del governo; del presidente della Repubblica, per l´intanto da rendere inquilino remissivo, perché non eletto dal popolo (una coabitazione impari, in attesa del presidenzialismo); della Corte costituzionale e della magistratura, da riformare per toglierle dalla sfera del diritto e spostarle in quella della (subordinazione) politica.
4. Tra l´incudine e il martello. La costituzione, da luogo della pacificazione, è così diventata terreno di scontro, lo scontro, per definizione, più distruttivo che possa immaginarsi. Chi assiste con sgomento al volgere degli eventi e ai segni premonitori ch´essi contengono resta sorpreso nel non veder sorgere una forza che, mettendo momentaneamente da parte le legittime diversità di posizione sui tanti e pur urgenti problemi del Paese, non si ponga responsabilmente, come compito prioritario e condizionante tutto il resto, quello di uscire dalla morsa che si sta chiudendo. In quelli che potrebbero, sembra mancare la consapevolezza o abbondare l´indifferenza. Occorre ben altro che la rituale “solidarietà” alle persone che ricoprono funzioni messe sotto tiro. Non basta l´invito al rispetto del galateo. Scadenze importanti incombono. Nel 2011 dovrebbe celebrarsi l´unità nazionale, cioè le istituzioni dell´unità. Che cosa troveremo, di questo passo, quando ci arriveremo?
Quando due fazioni si affrontano con rischio generale, per coloro che avvertono la propria responsabilità autenticamente politica quello è il tempo di mettere provvisoriamente da parte ciò su cui ordinariamente sarebbero portati a dividersi, e di operare insieme nell´interesse superiore alla pace. La nostra è una repubblica parlamentare. Non è, almeno per ora, un regime d´investitura popolare d´un sol uomo. Per quanto si sostenga il contrario, scambiando il desiderio per un diritto acquisito, sono le forze politiche rappresentate in Parlamento a disporre legittimamente del potere di coalizione, per fare e disfare governi, secondo necessità. Un potere al quale, in un momento come questo, corrisponde una grande responsabilità.
La Repubblica 15.10.09

Le bugie hanno le gambe corte.

Dopo la valanga di immondizia mediatica riversata dagli esponenti e simpatizzanti della Lista Civica sull’ottimo Danilo Cucini, capogruppo della Sinistra per Volterra in Consiglio Comunale, a proposito della discussione sull’Ordine del Giorno sulla Solvay, ci pare necessario e salutare che la discussione sia riportata sulla verità dei fatti, piuttosto che sulle “interpretazioni” e le illazioni fatte girare ad arte per attaccare indebitamente chi, molto seriamente, cerca di fare un lavoro politico di proposta e opposizione. Ebbene i fatti sono questi:

1)      L’ordine del Giorno con nomi e cognomi lo abbiamo presentato noi, sennò probabilmente questa discussione sulla Solvay non sarebbe stata nemmeno affrontata. Quindi i nomi li abbiamo fatti noi per primi e li facciamo fin dal primo momento di questa vicenda ormai più che decennale, durante la quale abbiamo sempre  tutelato piuttosto gli interessi della nostra zona. Non possiamo dire di ricordarci di tanti attuali esponenti e supporter della lista civica impegnati insieme a noi in questa battaglia.

2)      Il nostro partito ha condiviso con il gruppo dei compagni della Sinistra per Volterra l’opportunità di accogliere alcune richieste di modifica dell’ordine del giorno, provenienti da Rosa dello Sbarba e Fabio Bernardini, con l’obbiettivo molto importante di un voto unanime del Consiglio Comunale. Obbiettivo reso possibile da un cambiamento di posizione sul problema intervenuto nel gruppo consiliare di Volterra Città Aperta. Il gruppo consiliare Volterra Città Aperta, infatti, avrebbe votato un ordine del giorno che impegnava per la prima volta il Comune di Volterra ad appoggiare il WWF in giudizio davanti al TAR contro gli atti della Regione Toscana che hanno dato le concessioni minerarie alla Solvay, e questo sarebbe stato un fatto politico straordinario, che finalmente avrebbe fatto rappresentare unanimamente dal Consiglio Comunale di Volterra l’opinione di una città unita in difesa dei suoi interessi economici e del suo ambiente. L’unanimità del Consiglio di Volterra, piuttosto che l’approvazione di un documento con i soli voti della lista civica,  sarebbe stata di estrema utilità in quanto avrebbe costituito una indicazione politica che difficilmente altri enti della zona e altre istituzioni di livello superiore (tutte dirette dal PD) avrebbero potuto ignorare.

3)      La mediazione consisteva nell’accettare che un cambio di linea politica maturata nel gruppo del PD volterrano non doveva necessariamente essere un’abiura o una sconfessione. Il riconoscimento degli errori del passato erano impliciti in un voto contrario alle concessione del salgemma alla Solvay senza le garanzie necessarie sui problemi dell’acqua, dell’ambiente e del lavoro. Ci sembrava un risultato veramente straordinario. Invece ha prevalso una concezione della politica come vendetta, una volontà di dichiarare continuamente, come un disco rotto, che il PD ha governato male e contro gli interessi della zona. Accusa che, in questo caso, merita ampiamente, ma che è scagliata come se fossimo ancora in campagna elettorale da chi già governa e ha l’obbligo, invece, di dimostrare efficacia nella soluzione dei problemi. Un ripassino dei manuali di scienza della politica i rappresentanti della Lista Civica farebbero bene a farlo.

4)      I problemi non si risolvono con le sparate. Infatti, ma guarda strano, l’ODG votato dalla Lista Civica, dopo grandi lamentazioni sulla questione dei nomi e delle responsabilità, non impegna il Sindaco ad appoggiare in giudizio il WWF contro gli atti della Regione, come richiedevamo noi ed il WWF, ma lo impegna solo ad un appoggio generico all’azione del WWF, che si concretizzerà, così dice Bernardini,  nel donare qualche euro per le spese legali. Ci sembra un po’ poco, il Gruppo Consiliare di Rifondazione, che non ha le finanze del Comune, ha dato al WWF oltre 2000 euro in passato per azioni legali identiche a questa e si appresta a farlo di nuovo.

Per questo Danilo Cucini si è visto costretto a votare da solo il proprio odg con i nomi e cognomi, ma soprattutto con l’unico impegno politico serio, cioè quello di appoggiare in giudizio l’azione del WWF. Cosa che la Lista civica ed il grande Difensore dell’ambiente e della moralità politica Fabio Bernardini si sono guardati bene dal fare.

Rifondazione Comunista Volterra

Manifestazione Nazionale Antirazzista

Manifestazione Nazionale Antirazzista
ROMA 17 OTTOBRE 2009
Piazza della Repubblica, ore 14.30

Il 7 ottobre del 1989 centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza a Roma per la prima grande manifestazione contro il razzismo. Il 24 agosto dello stesso anno a Villa Literno, in provincia di Caserta, era stato ucciso un rifugiato sudafricano, Jerry Essan Masslo.
A 20 anni di distanza, il razzismo non è stato sconfitto, continua a provocare vittime e viene alimentato dalle politiche del governo Berlusconi.
Il pacchetto sicurezza approvato dalla maggioranza di centro destra risponde ad un intento persecutorio, introducendo il reato di “immigrazione clandestina” e un complesso di norme che peggiorano le condizioni di vita dei migranti, ne ledono la dignità umana e i diritti fondamentali.
Questa drammatica situazione sta pericolosamente incoraggiando e legittimando nella società la paura e la violenza nei confronti di ogni diversità.
Intanto, nel canale di Sicilia, ormai diventato un vero e proprio cimitero marino, continuano a morire centinaia di esseri umani che cercano di raggiungere le nostre coste.
E’ il momento di reagire e costruire insieme una grande risposta di lotta e solidarietà per difendere i diritti di tutte e tutti rifiutando ogni forma di discriminazione e per fermare il dilagare del razzismo.
Pertanto facciamo appello a tutte le associazioni laiche e religiose, alle organizzazioni sindacali, sociali e politiche, a tutti i movimenti a ogni persona a scendere in piazza il 17 ottobre per dare vita ad una grande manifestazione popolare in grado di dare voce e visibilità ai migranti e all’Italia che non accetta il razzismo. sulla base di queste parole d’ordine?
Comitato 17 ottobre