PROFUGHI IN LIBIA Vogliamo le navi umanitarie

Il Manifesto 22 aprile 2011

Mandate una nave. In Tunisia, in Egitto, oppure al porto di Misurata. Mandate una nave e portate via uomini, donne, bambini. Persone per le quali la Libia era già un inferno prima dell’avvio dell’operazione «Odissea all’alba». Di odissee peraltro se ne intendono. Ci riferiamo a quelle migliaia di cittadini scappati dai paesi sub-sahariani, imprigionati in Libia dagli accordi scellerati che l’Italia, con la benedizione dell’Europa, ha firmato con quel Gheddafi che oggi tutti maledicono.
Come mai chi si è incaricato di aiutare gli insorti non con un’opera diplomatica ma con un carico di bombe non ha messo nel calcolo quel prodotto, fatto di storie, facce, speranze, umori, che sono le persone in carne e ossa? C’è poco da essere pro o contro un intervento armato. Si tratta di essere conseguenti: abbiamo scelto un intervento armato per salvare i civili. Ebbene, che i civili siano salvati. Non si può assistere come se fosse la cosa più normale del mondo all’arrivo di profughi dalla Libia sui barconi. Se mai una cosa del genere possa considerarsi normale, non lo è di certo con una guerra in corso. Nel canale di Sicilia in questi mesi sono morte centinaia di persone. Il «viaggio della speranza» attraverso il Mediterraneo non dovrebbe mai essere il biglietto da pagare per entrare in Europa, ma di sicuro non può diventare un effetto collaterale della «guerra umanitaria».
Mandate una nave, anzi mandatene dieci, cento, quante ne servono. L’Europa è un grande continente, almeno in termini spaziali. Esiste la possibilità concreta di dare asilo a queste persone, e ne corre soprattutto l’obbligo. È un’indicibile ipocrisia riconoscerli come richiedenti asilo solo quando approdano sani, salvi e malconci sulle nostre coste. Mandate una nave, adesso. E sarà l’unica cosa in cui riconoscere un’Europa che abbia motivo di esistere.

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