Fabrizio Longarini racconta l’eccidio del Padule di Fucecchio

184 persone trucidate, assassinate a sangue freddo in seguito ad una sistematica pianificazione, possono avere giustizia anche a 67 anni di distanza? Si tratta di 94 uomini (soprattutto anziani), 63 donne e 27 bambini, che furono le vittime innocenti e inconsapevoli di una cieca e devastante furia, da parte di un esercito regolare in ritirata, in una splendida giornata di sole: il 23 agosto 1944. La strage del Padule di Fucecchio.

Ebbene, sei anni fa, il Procuratore della Repubblica di La Spezia, Dott. Marco De Paolis, aprì l’istruttoria che ha portato a giudizio e a condanna il capitano Ernsts PISTOR, il maresciallo Friz JAUSS e il sergente Johann Robert RISS appartenenti alla 26^ divisione corazzata della Wermacht comandata dal generale Peter Eduard Krasemann e coadiuvati dal reparto esploratori del capitano Josef Strauch. Non famigerate SS quindi, ma soldati e sottufficiali appartenenti ad un esercito regolare e fino ad oggi impuniti. Condanna milionaria anche per lo Stato tedesco. Le vittime, molte delle quali sfollate in padule per sfuggire ai bombardamenti, abitavano a Querce e Massarella, piccole frazioni del Comune di Ponte Buggianese, a Castelmertini, Cintolese e Stabbia. Tutte località vicine a noi, come Guardistallo, Civitella della Chiana, Forno, Castelnuovo Val di Cecina, ma questa vicenda non è mai stata molto ricordata. La sentenza restituisce giusta dimensione, onorabilità, dignità e riscatto morale a tutte quelle persone. Quando percorriamo quelle strade, non sarebbe male soffermarsi nei luoghi della strage, raccogliersi per un pensiero,presso la lapide e il monumento. Vorrei ricordare solo la vicenda della famiglia Malucchi di Cintolese: ebbe 16 morti, tra cui tre bambine, Franca di 8 anni, Norma di 6 anni e Maria di 4 mesi, questa sentenza è per voi…. Proverò adesso a raccontare l’eccidio facendo parlare in prima persona i protagonisti degli eventi di quel maledetto giorno , avvalendomi di testimonianze rese a pochi giorni dall’eccidio e rimaste inedite perché nascoste nell’Armadio della Vergogna. Per la cronaca: dal 1 agosto del ’44 i morti in Toscana a causa di eccidi e stragi sono già 729 che, sommati ai 1406 di giugno e di luglio, ammontano a ben 2135. Non dimentichiamoci che sono ben 3.510 le vittime degli eccidi nazifascisti in Toscana dall’aprile al novembre 1944.

Il 4 agosto del 1944 scoppia l’insurrezione a Firenze e l’11 agosto viene liberato il centro della città. Il giorno dopo, verso il mare, a Sant’Anna di Stazzema si consuma la strage: 432 saranno le vittime. Il 20 agosto i tedeschi lasciano la periferia fiorentina e due giorni dopo gli alleati entrano a Firenze, già liberata dai partigiani. A Monsummano Terme, nei pressi della zona umida, il colonnello Krasemann ordina al maggiore Strauch: distruggere case, ricoveri ed esseri umani esistenti nella zona – Vernichten (annientare) – Strauch lo trasmette ai reparti della 26° Panzerdivision e la zona viene segnata sulla carta geografica e delimitata da picchetti. Ad est è delimitata dalla strada statale 436 – Via Francesca (Monsummano-Fucecchio), tra la zona dell’Uggia e il Ponte di Masino; a sud finisce, praticamente, alla confluenza del canale del Capannone col canale del Terzo (ed inizia il canale Maestro); ad ovest termina ai piedi delle Cerbaie e a nord lungo quella linea che dall’Anchione, salendo leggermente e attraversando la capanna Borghesi (o Corrieri), arriva alla Via Francesca. Un enorme triangolo limitato da picchetti sistemati con precisione teutonica. Il 23 mattina, quando la luce dell’alba rischiara il Padule, avviene la strage. L’operazione terminerà a mezzogiorno.

Il maggiore Strauch non discute l’ordine. A sua volta lo trasmette ai reparti della 26° Panzerdivision -alcuni dei quali chiamati di sicurezza, perchè specializzati nel creare il terrore fra la popolazione quando la Wermacht si ritira-.

A Larciano, nel comando, un maresciallo maggiore austriaco s’avvicina ad un italiano e l’informa a bassa voce: “Stanotte, grande lago kaput”. L’italiano non capisce e non ha modo di chiedere spiegazioni.

Ad Anchione (frazione di Ponte Buggianese) fattoria Pratogrande; in casa del contadino Lando Moschini arriva una notizia da parte di sua sorella che ospita un maresciallo nazista: “Può darsi che la rappresaglia sia per stanotte. Fate nascondere gli uomini”.

A Querce (frazione di Fucecchio) in località Sagrino, nella casa di Leone Matteoni, uno sfollato di Carrara, originario del paese, s’appresta ad uscire come ogni sera. Si chiama Guido Matteoni. Vuole raggiungere, attraversando il padule, Stabbia per fare incetta di cocomeri e di frutta da vendere alla gente del posto e agli sfollati. Un parente tenta di fermarlo: “Lascia perdere, Guido” – ma lui scuote la testa – sorride “ non corro rischi… e i soldi, anche pochi, servono”. Ed esce.

In una casa della località Uggia (frazione di Monsummano), a pochi passi dalla casa del Podere le File (a un chilometro dal piccolo cimitero di Castelmartini, oggi Giardino della Memoria, che faceva parte della Fattoria di Castelmartini di proprietà Banchieri), un ragazzo di quindici anni saluta i genitori. E’ Giorgio Mazzei. Va a dormire, insieme ad altri, alla casa del mezzadro Simoni che dista circa un chilometro, a mezza strada tra il Podere le File, dov’è il comando nazista, e il Porto dell’Uggia, sul canale, in padule. I genitori non vogliono che dorma con loro. Ci sono, a due passi, i nazisti e i bombardamenti notturni degli alleati tartassano la Via Francesca. “Laggiù stai più tranquillo”, gli dicono ogni volta. Loro non vanno perché hanno da badare alla casa; la gente che la notte lascia la casa completamente incustodita, il giorno dopo la trova con meno roba. Gli sciacalli non hanno paura delle bombe. Camminando in mezzo al viottolo, guardingo, Giorgio Mazzei vede ombre che s’allungano nei campi: sono gli uomini che raggiungono il padule, le fosse, le buche.

In casa Simoni le persone sono tante, soprattutto donne, bambini, vecchi. Giorgio Mazzei va nella stalla (le bestie sono in padule), con una ventina di persone; altrettante sono al primo piano. Prende posto nella sua branda, accanto ad una conoscente (Anna Maria Tognozzi), e in capo a cinque minuti dorme di gusto. Non lo disturbano neanche le chiacchiere di chi non riesce a prendere sonno.

Nei dintorni della fattoria Pratogrande (Anchione) mezzanotte è passata da un pezzo. Cento soldati con cinque camion entrano nella corte del casone Pucci. Ne svegliano gli abitanti (una ventina) e li fanno entrare nella cucina dei Piuma. Vogliono il padrone e Arnaldo Pucci si presenta. Il capitano chiede l’esatta ubicazione dell’Essiccatoio di Tabacco e di altre case coloniche, segnate in rosso su una grande carta geografica. Il Pucci è costretto a mettersi a disposizione dei soldati. Vanno prima in casa di Rocco Cardelli, dove trovano soltanto donne e bambini, poi in quella di Piacentino Tognarelli. Qui il Pucci viene rinchiuso in una stanza con quelli di casa, guardati a vista da due soldati, mentre gli altri vanno in giro presso altre case coloniche.

A Querce (frazione di Fucecchio) Don Ivo Magozzi è sveglio per il caldo, per l’afa. Sente rumori diversi e decide di scendere per dare un’occhiata. Un nazista gli s’avvicina e gli ordina di tornare in casa: “ Non andare da nessuna parte. Strade tutte bloccate. Andare a letto. Rauss”. Chiede perché. Non ottiene risposta. Non gli rimane che rientrare in camera sua. Riesce a prendere sonno. Ma poco dopo è di nuovo sveglio. In padule si spara. S’affaccia alla finestra che dà sul Padule di Fucecchio. Sa che ci sono, in padule, migliaia di persone. Almeno duecento sono suoi parrocchiani. Don Ivo si veste e scende. Vuole attraversare il ponte in località Puntone. C’è un posto di blocco. “Sono un sacerdote. C’è gente che sta morendo, là “. Non c’è niente da fare. Gli ordinano di tornarsene per dove è venuto -di starsene tranquillo. “ Rauss “.

Sono le due. Guido Matteoni, lo sfollato di Carrara, è già morto. L’hanno preso su un barchino e ora è mezzo in acqua. Rimane lì tutto il giorno. Il 23 agosto è un giorno molto caldo, afoso, umido. Si fa fatica a respirare, i vestiti s’appiccicano addosso.

Nel libro dei morti, don Ivo scrive: Matteoni è morto stamani alle ore due circa, ucciso dai tedeschi nel Padule di Fucecchio, in seguito ad azione di rastrellamento tedesca. Aveva 44 anni. Fatto il trasporto su di un barchino senza accompagnatura, col solo sacerdote fu portato e sepolto nel cimitero di Querce.

Nei pressi di Massarella (frazione di Fucecchio), al Porto di Guido, poco più in là dal punto in cui è morto il Matteoni, quattro persone d’una stessa famiglia (i Guidi), che abita in località Tacchio, non riescono a sfuggire alle raffiche di mitra. Si sparpagliano, cercano riparo dietro la vegetazione, nelle fosse. Inutile. Vengono falciati uno dopo l’altro. Enos Cerrini, ventuno anni, renitente alla leva, nato a Venturina ( Livorno), ce l’ha fatta a non finire come i Guidi. Ora c’è calma. Forse è il momento buono per allontanarsi, per raggiungere il folto del padule. S’allontana dalla fossa, la schiena curva. Fa pochi passi. Una raffica lo scaraventa qualche metro più in là. Agostino Bandini, sceso in padule da solo, in ritardo rispetto agli altri, non ha incontrato il padre. Si muove fra le vigne in cerca d’un posto tranquillo. Poi sente gli spari e la paura lo porta a riguadagnare la strada di casa, a scoprirsi. E non c’è più scampo per lui. Si trova faccia a faccia con un soldato, che estrae la pistola e lo colpisce con precisione.

Vicino a Cintolese (frazione di Monsummano Terme), presso la capanna Borghese, la gente dorme da un pezzo. Dormono nella capanna grande, che fino a qualche giorno prima ha ospitato più di duecento pecore del pastore Averardo Corrieri, detto Guido e Guidotti. Ad un tratto i cani del Corrieri cominciano ad abbaiare. Il pastore, che è in una piccola baracca di tavole nere con la moglie, i figlioli e Livio Giannini, un garzone di sedici anni di Pieve a Nievole, s’alza per andare a vedere che succede. – “Chi è là? “- fa il Corrieri. La risposta lo gela. Sono nazisti. Sono tre e armati di mitraglia. Scappare non si può più. Si stringe nelle spalle e dà una voce a quelli della grossa baracca, avvertendoli che ci sono i nazisti. I tre gli si avvicinano e gli ordinano di vestirsi.

– “E le scarpe? Non avete scarpe? “- gli chiedono.

– “Si ce l’ho “-

– “Mettere “-

Il Corrieri se le mette. Sono scarpe alte e pesanti, comode per i pastori, soprattutto quando vanno in montagna.

– “Mi mettono sulle spalle due cassette di munizioni, tenute insieme da una cinghia, e mi dicono di seguirli “-. Assunta cerca di dissuaderli: Lasciatelo. “ Vi do i soldi che volete. Tutto quello che abbiamo “. L’allontanano.

Fatti una trentina di metri, tornano indietro. – “Cuocere uova “-, ordinano alla moglie. Mentre le uova assodano, un tedesco raggiunge la capanna dove tenevano le pecore, prende quelli che trova (donne, bambini, anziani). Alcuni sono parenti, altri contadini che vengono tutte le notti a dormire in padule per stare tranquilli. Gli uomini più giovani, sentendo il trambusto, se la sono svignata, rifugiandosi nei campi vicini al Ponte Nuovo e al rio il Bozzone. Ci sono fra gli anziani due fratelli -Raffaello e Cesare Parlanti, venuti a dormire in padule per la prima volta. Li portano tutti alla baracchetta, li mettono uno accanto all’altro di fronte alla mitraglia. Il Corrieri viene fatto sedere da una parte. Le donne piangono. Assunta si raccomanda, le mani giunte, di non fare male a nessuno. Ad un certo punto, uno si avvicina ai fratelli Parlanti e al garzone e ordina di seguirli. A me dicono d’alzarmi con le cassette di munizioni, agli altri d’entrare nella baracchetta e di non uscire per nessuna ragione.

– “Dove li portate? “- Assunta è disperata.

– “State dentro e boni “-

– “Ma quel ragazzo è quasi nudo “-

– “State dentro e boni “-.

Assunta s’agita. Poi sente degli spari. – “Ma che stanno facendo? “-. Da una capanna urlano a squarciagola. “Assunta, Assunta, venite ad aiutarci. I tedeschi hanno ammazzato il nostro babbo nello stanzino del maiale e non ci si fa a tirarlo fuori. Venite, sennò il maiale lo mangia”. La donna corre pensando: ammazzano anche mio marito.

Il Corrieri è arrivato al fiume Nievole. I due fratelli e il garzone avanti con un tedesco, io dietro, in mezzo agli altri due. Mi fanno fermare. Gli altri tre, invece, proseguono ancora, seguiti dal tedesco con la mitraglia. Sento una scarica di colpi. Poi vedo il tedesco tornare solo. Lo vedo nel momento in cui incontra Adamo Malucchi, detto Damino. Un tedesco gli punta la mitraglia al petto e lo costringe a seguirlo. Un’altra raffica, e torna solo. Poi si prosegue lungo la Nievole. Il Corrieri, dopo aver attraversato la Nievole, il prato del Listroni e i Bozzi, è fra la Bassa e la Bassina dei Malucchi. Ad un centinaio di metri, duecento forse, c’è un’altra pattuglia. Spara a più non posso. Spara in casa dei Malucchi. Il Corrieri non vede quei morti. La sua pattuglia si dirige verso la strada, detta dell’Argine e il Vione, che conduce diritta al Porto dell’Uggia. Si ferma e aspetta l’altra che ha operato alla Bassa dei Malucchi. Tutt’e due, poi, raggiungono Casa Simoni. Ormai è giorno.

Alla Casa Simoni, un grosso edificio, gli sfollati sono parecchi. Molti appartengono alle famiglie Arinci, Giacomelli e Grassi. Ai primi spari, gli uomini, che non sono andati a dormire nei campi, hanno pensato subito ad un rastrellamento e si sono dati alla fuga. Amato e Armando Arinci si sono buttati, insieme ad altri, fra le fosse e dentro il Rio Pazzera e sono riusciti a guadagnare la statale Via Francesca. Le due pattuglie entrano nell’aia, sparano qualche raffica di mitra in aria. “Uscite tutti “. E’ l’ordine. Quelli della stalla vengono messi al muro con una mitraglia a destra e una a sinistra. C’è una grande agitazione. Chi esce di casa e chi entra. S’urla, si piange.”Ci ammazzano. Ci vogliono ammazzare tutti”, sente dire Elisa Arinci. E lei: “Non è possibile. Non è possibile”. Sparano. Giorgio Mazzei, che è accanto ad Anna Maria Tognozzi e alle sue figliole, Vanda, cinque anni, e Severina, un anno sente le pallottole sfiorarlo e gli urli di dolore della donna e delle sue bambine. Rimane come paralizzato, la bocca aperta. Un soldato gli dice: “Tu, piccolo partigiano, venire qui”. Il Mazzei si muove piano piano, guardandolo. -Ora mi ammazza- pensa. “Là”. Gli ordina di mettersi accanto al Corrieri, quindi di prendere due cassette di munizioni che sono a terra. “Tu, piccolo partigiano portare”. Parte un’altra raffica e altre persone cadono. Si continua a sparare. Stella Arinci e Nella Simoni urlano a perdifiato che sono assassini, che conoscono bene alcuni di loro. Vengono zittite con un colpo alla gola. Una bomba a mano urta il muro e ricade nell’aia. L’esplosione fa sussultare i cadaveri poco lontani. Fra i morti si muove una vecchia cieca. E’ Carmela Arinci, novantatre anni. Chiama i familiari. Vuol sapere. Inciampa in un corpo. Sta per chinarsi, la mano tesa, quando un nazista le va accanto. Toglie la spoletta ad una bomba a mano, gliela infila in una tasca del grembiule, quindi, rapido s’allontana. Ancora qualche secondo e la donna è straziata dall’esplosione. I morti, sparsi per l’aia, vengono ammucchiati accanto al muro. Molti ricevono un colpo di pistola alla testa. Più in là, gli spari rimbombano nella piana. Gli fanno eco le urla di dolore della gente che cade colpita. Sono i Romani.

Le due pattuglie si muovono da casa Simoni dividendosi. Una si porta dietro il Corrieri, l’altra il Mazzei. Il Corrieri vede ancora uccidere, civili che cadono colpiti a morte. Ormai è giorno fatto. Si spara dappertutto. C’è anche qualche soldato che, nonostante l’ordine, si rifiuta di sparare o racconterà di essersi rifiutato di sparare (è il caso di Franz Willi, riferito dalla testimonianza d’una donna).

A Castelmartini, verso le sette, la baronessa Giulia Poggi-Banchieri viene svegliata dal marito. Le dice: “Bisogna andare alle case coloniche. Pattuglie tedesche inseguono i contadini dicendo che sono partigiani”. La donna si veste in fretta e furia ed esce. Vidi un nostro contadino seduto su un muricciolo, circondato da una pattuglia di soldati tedeschi armati e altri, eccitatissimi, che si davano da fare ed entravano nelle abitazioni coloniche lì dappresso. I familiari piangevano e si raccomandavano. Sentii i soldati comunicarsi fra loro che già trecento partigiani erano stati presi. Chiesi loro che sorte sarebbe toccata a tutti quelli che si trovavano in padule, sfollati per i pericoli che la guerra portava loro nelle abitazioni lungo la strada battuta dall’artiglieria. Uno mi assicurò che a tutti sarebbero state esaminate le carte; quindi niente da temere. Intanto sentii nella casa prossima al padule raffiche di mitragliatrice. Queste raffiche, seppi poi, erano quelle che uccidevano donne e bambini che abitavano nella casa del mezzadro Silvestri.

Alla casa Silvestri, ricorda Giuseppe Fagni: “Ero in un pagliaio, insieme ad altri, ad una cinquantina di metri dall’abitazione. E’ giorno. Forse sono le sette. Già da un po’ si sente sparare di là dal canale (dal rio Cecina, confine tra i comuni di Larciano e Monsummano),verso casa Simoni. E si sentono anche urli. Più si sente sparare meno si sente urlare. Non c’è tempo d’avvertire qualcuno, d’uscire dal pagliaio. I tedeschi, una decina, forse di più, sono nell’aia. Una voce dice in italiano pulito -lo rammento bene- che tutti devono uscire di casa”. Dentro ci sono molte persone. Ci sono molti bambini. Qualcuno esce. Qualcuno è già fuori, come Annunziata Lepori, moglie di Guido Mazzei, la quale sta dando da mangiare ad Antonio, il figlioletto di due anni. Qualcuno non esce. Cominciano a sparare. Sono tre che sparano. Gli altri stanno indietro o ai lati. Sparano ad Annunziata e al bambino. La donna cade ferita a morte. Il bambino è ferito ad una gamba. Non ricordo chi è dentro e chi è fuori. I tre tedeschi entrano. Sparano alle donne in cucina. Sparano a tutti, e sono, ripeto, soltanto tre. Sparano, nel tornare giù, a Gino Romani e a mio suocero. Il Romani è colpito a morte, mio suocero è soltanto ferito e sviene. Ma oltre ai due colpiscono per sbaglio uno di loro, un tedesco. L’ammazzano. Non sparano a chi ha avuto la prontezza, sull’aia, d’infilarsi fra i tedeschi che stanno fermi ai lati della porta d’ingresso. Sono tedeschi che si conoscono. Qualcuno di loro è venuto tante volte in casa a chiedere vino, pane, uova. Mio suocero, per tenerli buoni, non glieli ha mai negati. Hanno anche ammazzato con un calcio di fucile Antonio Mazzei. Devo sapere quello che è successo in casa: chi è vivo, chi è morto. Allora mi decido ad uscire dal pagliaio. Lo spettacolo è da far svenire. Ada Silvestri è ferita, ma non c’è più nulla da fare per lei. Difatti muore poco dopo. La mia fidanzata è morta. Sono morti anche Giuliana Cappelli, una ragazza di sedici anni, il padre Angiolo, un paralitico, Armida Silvestri e Gelsomina Silvestri. Accanto a Gelsomina ci sono, morti, i suoi figlioli: Giuseppe, nove anni e Rossella, un anno e mezzo. Parlo con le mie sorelle. Mio suocero è ferito e perde sangue. Non si sa che fare. Sparano da casa Romani con la mitragliatrice, quella da venti millimetri. Ci si ripara come si può. Poi i tedeschi tornano. Non si può scappare..

Oreste Silvestri ricorda: “Arrivato alla svolta delle scale, udii alcuni spari dietro di me e sentii una cocente pena al fianco destro e al mio braccio destro. Vidi Gino Romani correre su e giù di fronte alla porta e cadere per terra; e quindi tutto si oscurò. La prima cosa che ricordo, dopo, è che giacevo nella stalla contigua alla casa e potei di nuovo udire spari e grida di pena vicino a noi”. Si sparge il sangue delle ferite sui vestiti, sul viso, per far credere d’essere morto. Pochi minuti più tardi, un certo numero di soldati entrarono. Uno mi mosse con le mani ed un altro mi voltò con un forcone che si trovava in un angolo. Io udii uno dire in italiano: “Sparate ancora contro di lui”. Ed ancora qualche parola di tedesco, di cui capii “kaput”. Non spararono su di me, tanto sembravano sicuri che io fossi morto. Andati via i soldati, uscii dalla stalla. Ed ecco lo spettacolo atroce a cui assistetti. Annunziata Mazzei sembrava morta, ricoperta di sangue. Nelle braccia aveva il suo bambino che gridava:” Mamma!”. Io vidi due soldati dirigersi verso di lei. Udii dire:”No kaput”. Uno alzò il suo fucile e picchiò col calcio sulla testa del bambino che cessò di gridare-. Bruna Pratolini ricorda che: “l’Annunziata sembrava già morta e non si muoveva. I soldati continuarono a far fuoco verso lo stabile e udii gli altri gridare mentre erano colpiti. Quindi cessarono il fuoco e, dopo aver girato intorno alla casa, lasciarono il cortile andando verso il padule”.

Bruno Fagni, di tredici anni, fratello di Giuseppe, vede che cosa succede a Meo della Stella e a Codo del Mori:” Sono dall’altra parte del canale. Li hanno fermati alcuni tedeschi. I due fanno il gesto di mettersi le mani in tasca, parlano. I tedeschi li stendono con una raffica”. Chissà, forse volevano far vedere i documenti di libera circolazione. Brunetta Silvestri, la più giovane delle sorelle Silvestri, si trova al casotto delle pompe insieme ad altre persone. Uomini, donne e bambini vengono fatti uscire e messi al muro. Stanno per partire le raffiche di mitra, quando arriva un portaordini. L’esecuzione è sospesa. Alcuni vengono lasciati subito in libertà, altri avviati alla Fattoria Banchieri.

Purtroppo l’ordine non arriva in tempo per salvare sei uomini che sono stati presi, dove oggi c’è la casa di caccia Melani. Sono i fratelli Natali: Natale e Italo (sfollati dal Cintolese con figlioli, nuore e nipoti che vengono ammazzati nei paraggi del casotto dell’Isola: in tutto cinque persone, fra cui due bambini di due e quattro anni); Dante Barni (anch’egli di Cintolese e sfollato dalla sorella Iole, moglie di Pietro Brinati, guardia giurata dei Banchieri: ambedue morti a non più di cento metri dal casotto dell’Isola, con la figlia Giovanna); Anchise Tosi, Salvatore Ferrero (di Monreale) e Francesco Marongiu (di Macomer): quest’ultimi due soldati sbandati che la baronessa Poggi-Banchieri ha accolto in casa e curato. Sempre nei paraggi del casotto dell’Isola, esattamente in un viottolo fra l’erba alta che unisce il casotto con il bosco di Chiusi, muoiono Carlo Brinati, la moglie Celia Cioli, il figliolo Giovanni, Nello Pierattini, Borghese Dani. Italia Parlanti viene trovata ferita al casotto Biagiotti. Dopo le prime cure del dottor Cosci muore nella nottata all’ospedale di Pescia.

Don Pardi, mentre i nazisti sparano e ammazzano, sta dicendo messa. Non si rende conto di quello che avviene neppure quando dopo le nove, uscii di sacrestia con l’intenzione d’andare alla Fornace, giù nel bosco, a trovare la famiglia Borgiani. Strada facendo recitava le orazioni non badando né a destra né a sinistra. Aveva sentito sparare diversi colpi, ma era cosa ordinaria, perchè i tedeschi tutti i giorni tiravano ai polli e alle anatre. Giunto a mezza strada delle Morette, giù verso il Diolaiuti, vide venire in su un’automobile tedesca, che fa segno di fermarsi. Un tedesco chiede:” Dove andare?”. “ Sono il parroco”, risponde, e “vado laggiù, da una famiglia, per ragioni di ministero”. Non essere mica stupido? Fa il soldato tedesco.” Fai vedere le carte”. Poi chiede:” Abitazione?”. “ Là”, rispondo, accennando verso la chiesa e il Biagiotti dove abitavo.” Andare a casa e non circolare”, dice il tedesco. Torno indietro e non mi sparano contro. Se avessi guardato qua e là, avrei visto il povero Giuseppe Bettaccini e a sinistra il povero Fortunato Brittoli, lungo la strada da me percorsa prima dell’incontro coi tedeschi. Li vidi, poi, la sera, quando per ordine del comando tedesco potei andare a prenderli per accompagnarli al cimitero-.

Alla casa Borgiani, quando Don Pardi torna indietro, si consuma una vendetta. La pattuglia, che si presenta, ha, per indicazione d’un maresciallo, un obiettivo preciso: prendere Guido Borgiani. Ecco il fratello. Lo rimandano in casa a chiamare Guido. “Deve consegnare un maiale”, dice il maresciallo. Guido si fa sull’uscio e non ci mette molto a riconoscere il maresciallo. Non dice nulla. Non provvede a prendere il maiale. Sa bene che non serve. Avanza di qualche passo, abbozza un saluto, si volta verso la casa e alle persone che seguono la scena dalle finestre fa segno di stare calme. Il maresciallo lo guarda duro e gli ordina d’andare avanti, verso il bosco. Guido Borgiani imbocca un viottolo e cammina piano. Il maresciallo vuole s’inoltri il più possibile. Fanno cento metri. Poi la gente di casa sente rimbombare tre colpi di pistola. La pattuglia non tarda a ripassare davanti alla casa e ad allontanarsi per dove è venuta. I familiari corrono nel bosco. Guido è morto. Gli è stato sparato alla testa da distanza ravvicinata. Il maresciallo s’é vendicato. Mesi prima, Guido Borgiani l’aveva sorpreso a rubargli un maiale. Avevano litigato. Il maresciallo non aveva voluto restituire la bestia. Al contadino non era rimasto che andare al comando a raccontare l’accaduto.

“Il giorno dopo l’eccidio “ dice la baronessa Poggi-Banchieri, quando ancora il castello era gremito dei superstiti delle povere famiglie ed i cadaveri non erano ancora sepolti, “il comando organizzò una grande festa e la banda militare suonò girando intorno al castello fino a tarda ora“.

 

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