Giorgio Pecorini Milano da amare

da “Il Manifesto” del 25 giugno 2011

«Mai visto»: così nella sua bella cronaca sul manifesto del 21/6 Giorgio Salvetti lapidariamente spiega la ventata d’aria nuova e pulita respirata al consiglio comunale di Milano per la seduta d’insediamento della nuova giunta e del nuovo sindaco di centro sinistra. È vero: la maggior parte dei milanesi di mezz’età e tutti i giovani nati e cresciuti nell’era berlusconiana non hanno certo mai visto una simile vicinanza tra “piazza e palazzo”, un’eguale voglia di partecipazione da parte dei cittadini e di disponibilità da parte degli amministratori. Ma ai vecchi, se han conservato un minimo di lucidità e memoria, tocca testimoniare d’averle invece già viste e vissute quelle stesse cose ed emozioni. E soprattutto a chi, come a me, è toccato addirittura di raccontarle.
Sto per compiere 87 anni e sono un cronista. Ho imparato a farlo quel mestiere poco più che ragazzo, all’indomani della Liberazione, seguendo accanto a Fedele Toscani, il fotoreporter del Corriere della sera i gravi problemi, l’enorme entusiasmo e i non rari scempi della ricostruzione della mia città, Milano, attraverso il lavoro della giunta e del consiglio comunale. Ero un “cane sciolto”, “compagno di strada” della sinistra, “utile idiota” per le destre; e tale sono rimasto, assieme a mia moglie.
Il 7 aprile del 1946 ci furono le elezioni amministrative: le prime in Italia dopo la fine del regime fascista, finalmente a suffragio universale esteso alle donne; le prime in assoluto per me, di quasi 22 anni. A Milano i socialisti ancora uniti presero il 36,2 per cento, i comunisti il 26,9. Il totale delle sinistre faceva il 61,1 contro il 26,9 dei democristiani: ne doveva scorrere d’acqua, sempre più inquinata, nei Navigli e sotto i ponti del Lambro, del Seveso e dell’Olona prima che l’ex capitale morale diventasse «da bere».
Il sindaco nominato dal Cln (Comitato di liberazione nazionale dei sei partiti antifascisti della Resistenza), il socialista Antonio Greppi, venne riconfermato dal voto popolare: riprendeva così una tradizione che dal principio del secolo, prima durante e dopo la Grande Guerra, aveva fatto di Milano la capitale del riformismo politico, della solidarietà sociale, della promozione culturale delle classi emarginate, fino alla cesura del ventennio fascista. Una tradizione proseguita poi, pur fra alti e bassi e ripercussioni locali di vicende politiche nazionali e internazionali, con le successive amministrazioni degli altri sindaci variamente socialisti, socialdemocratici o comunque non destrorsi: Ferrari, Bucalossi, Aniasi, Tognoli.
La vita del Comune l’ho vissuta allora direttamente da cronista per una decina d’anni e seguita poi da cittadino residente fino alla prima metà del ’69 quando sono andato a vivere altrove, con la famiglia: la città in cui io e mia moglie siamo nati e cresciuti amandola e godendola e dove abbiamo fatto nascere due figli, ci diventava ogni giorno un po’ più estranea, ci faceva sentire via via più esclusi. Tuttavia continuavamo a seguire con attenzione apprensiva le faccende milanesi da “esuli”.
Ma ora, vissuta da esuli l’emozione della campagna elettorale e della vittoria di Giuliano Pisapia e partecipato a distanza via streaming al suo insediamento a sindaco, riviviamo negli impegni del suo programma sensazioni e speranze di oltre mezzo secolo fa. E ci viene quasi il magone. L’ascolto alle voci della città. La partecipazione dei cittadini alle scelte. La trasparenza delle decisioni. La pazienza della discussione. La riscoperta delle scuole civiche nel quadro di una ritrovata attenzione alla cultura, cominciando da quella popolare. Il rispetto del territorio e della sua vivibilità, a cominciare dal verde. L’appoggio ai volontariati d’ogni colore. L’apertura non micragnosa ma accogliente e integrante per «una città che non veda più abitanti senza case e case senza abitanti». Una gestione rigorosa e sobria dei beni pubblici che riduca sprechi e annulli privilegi. Infine (cosa nuova dell’oggi ma assimilabile negli obiettivi e negli strumenti a tante cose di sempre) un’Expo che non sia vetrina per i ricchi e occasione per i furbi ma spunto e spinta a un vivere migliore, più equilibrato e conveniente per tutti e prima di tutti i bambini, i vecchi, i diversi, gli stranieri.
A dirlo così potrebbe parere il libro dei sogni. Sono invece i progetti delle vecchie amministrazioni milanesi prefasciste e precraxiane: tutti certo inseguiti e attuati con coerenza e approssimazione diverse. Nessuno tuttavia rinnegato o peggio cinicamente capovolto come è avvenuto con intensità crescente a partire dalla gestione dello pseudosocialista e supercognato Pillitteri fino al trionfo della pseudoliberale e superammogliata Brichetto Arnaboldi detta Moratti. La quale ha avuto il coraggio (òn bel toppè direbbe un milanese verace) di rimproverare al suo successore di non essersi accorto che la Milano da lui auspicata c’è già ed è proprio quella che lei gli consegna: e brava donna Letizia, soltanto una madre di Batman poteva arrivare a tanto.
Il sindaco Pisapia con la sua nuova giunta deve governare Milano: città strana, anomala rispetto alle altre città italiane, intestardita da sempre ad autodistruggersi, a cancellare il proprio passato fino a rinnegarne la memoria. Non è molto più giovane di Roma eppure del tempo in cui le aveva addirittura usurpato la funzione di capitale dell’impero conserva a malapena, e controvoglia, quattro poveri ruderi; e soltanto perché non è riuscita a sbarazzarsene con la stessa facilità e disinvoltura con cui s’è liberata del meglio lasciatole dal medioevo, dal Rinascimento, dal barocco, dall’elegante razionalità settecentesca che aveva incantato Stendhal: sempre avanti demolendo, ovviamente in nome del risanamento e dell’ammodernamento, sinonimi di progresso.
All’anomalia urbanistica di Milano ne corrisponde una politica e sociale. Tocca allo storico indagarne le radici partendo dalle calate dei cosiddetti barbari, passando attraverso il libero comune, i ducati, il «Francia o Spagna basta che se magna», i due Napoleoni, gli austriaci, il Risorgimento, il plebiscito sabaudo. Poi la grande industria tessile, metallurgica e chimica e le grandi banche. L’editoria, la letteratura, i teatri e la musica. Il proletariato operaio. Le prime amministrazioni radicali e socialiste. I sindacati, le cooperative, le mutue. Il salto dall’assistenzialismo caritatevole all’organizzazione politica della solidarietà di classe: la Camera del lavoro gemella della Società umanitaria, impegnata a dare agli umili attraverso l’educazione scolastica e la formazione professionale gli strumenti con cui «rilevarsi da se medesimi». È l’Umanitaria che costruisce case popolari belle, confortevoli e civili chiamando Maria Montessori a impiantarvi i suoi primi asili.
Ma la medaglia ha il suo rovescio. È a Milano che nel 1898 un generale spara col cannone sui mendicanti in coda per la minestra dei frati guadagnandosi così la medaglia d’oro al valore da un re chiamato «buono» e anche per questo, due anni dopo, ammazzato a revolverate alle porte della città. È a Milano che nascono e prosperano fascismo, leghismo e berlusconismo. Che stragismo di destra e brigatismo rosso mettono radici. Che maturano gli scandali di tangentopoli. Che esplode la degenerazione craxista del socialismo, culminata nel fiorire del morattismo.
Il compito del nuovo sindaco e della nuova giunta è riscoprire e rivitalizzare l’anima sana di Milano, neutralizzarne il suo rovescio. Un compito tremendo e insieme entusiasmante ma che la parte migliore della città, ritrovata maggioranza, s’è impegnata ad aiutare. E grazie a Basilio Rizzo, che appena eletto presidente del nuovo consiglio comunale, lo ha implicitamente attestato, citando e facendo propria senza storpiarla né strumentalizzarla, al contrario di quanto è di moda fare, una fra le più illuminanti frasi di don Milani: «Ho scoperto che il mio problema è eguale al tuo: sortirne da soli è l’avarizia, sortirne assieme è la politica».

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