Gestione pubblica per il Santa Chiara!

Testo pubblicato sulla “Spalletta” il 21 gennaio 2012.

 

Le difficoltà economico-finanziarie dell’Azienda per i Servizi alla Persona Santa Chiara, e in particolare della gestione della struttura di ricovero (RSA), sono riassumibili in una perdita economica “strutturale”,  recentemente assestatasi intorno a una cifra di poco inferiore a 350mila euro annue (ma per il 2011si riduce a poco più di 100mila euro) e un disavanzo, dovuto prevalentemente al cumulo nel tempo delle perdite annue, di circa 1,2 milioni di euro.
Serve quindi un piano per azzerare le perdite e impedire che il patrimonio del Santa Chiara, ancora assai consistente, venga negli anni prosciugato per coprire le perdite.
Secondo la “Proposta di piano strategico” approvata a fine anno 2011 dal Consiglio d’Amministrazione e resa nota in questi giorni, le perdite dipendono “tanto da un volume di costi più elevato rispetto al mercato, quanto da una insufficiente ottimizzazione dei
ricavi”.
Emerge anche che i posti letto disponibili sono utilizzati in una percentuale insoddisfacente, determinando l’insufficienza delle rette percepite.
Logica  vuole quindi che si debba agire sia per razionalizzare i costi, sia per incrementare i ricavi. In particolare, per i ricavi da rette, si tratta di capire se i posti inutilizzati dipendono dalla riduzione dei bisogni del territorio, nel qual caso si tratta di adeguare il numero dei posti letto alla domanda, ridimensionando così i costi, e potendo magari utilizzare il personale in esubero in altri servizi alla persona previsti dalla legge per simili aziende, oppure se, pur in presenza di bisogni insoddisfatti, gli enti preposti all’assistenza sociale (ASL, Società della Salute, Comune, Regione) operano per contenere i ricoveri, determinando la mancata copertura dei posti. Nel secondo caso il problema diviene politico e si tratta di aprire un confronto per superare questi limiti.
Le proposte del piano invece lasciano sconcertati, perché sembrano agire prevalentemente in una direzione, quella del contenimento del costo del personale. Tale contenimento si realizzerebbe non già attraverso l’ottimizzazione del suo uso, eliminando eventuali sacche di inefficienza o sprechi, ma semplicemente attraverso un processo di privatizzazione della gestione. Detto in maniera più diretta, si propone di contenere i costi a scapito dei diritti dei lavoratori, delle condizioni di lavoro, della qualità dell’assistenza. Infatti si lamenta che le retribuzioni del personale dipendente, cui si applica il contratto di lavoro dei dipendenti degli enti locali, sono superiori a quelle dei dipendenti delle cooperative, che il costo che il datore di lavoro sostiene per malattie, maternità ecc., nel caso dei dipendenti pubblici non è coperto dal sistema previdenziale, e quindi resta a carico dell’azienda e infine che l’orario di lavoro settimanale dei dipendenti pubblici è inferiore di un paio di ore rispetto a quello dei dipendenti privati.
La privatizzazione si realizzerebbe attraverso un modello già sperimentato in toscana e che ha creato non pochi problemi in altri tipi di servizi (acqua, rifiuti, trasporti ecc.): la costituzione di una società mista in cui l’ente pubblico dispone la maggioranza del capitale azionario, ma in cui il privato ha in mano la gestione. Insomma gestisce chi mette meno capitale e rischia meno, mentre il pubblico ha solo un ruolo di controllo (che spesso non viene efficacemente esercitato). Il personale delle cooperative e quello del Santa chiara passerebbe alle dipendenze di questa nuova società.
Sono inevitabili le consuete considerazioni. Le privatizzazioni sono in grado di ridurre i costi non già per una presunta maggiore efficienza del privato  – un apriori ideologico, questo, del tutto indimostrabile e indimostrato – ma perché il contenimento dei costi avviene sulla pelle dei lavoratori, sottopagati, sottoposti a ritmi e orari più duri, con meno diritti e meno tutele. Lo possiamo constatare bene semplicemente vedendo le condizioni di lavoro e le buste paga di tanti dipendenti delle cooperative addetti a servizi dati in appalto dagli enti pubblici del nostro territorio. Ma le condizioni di lavoro agiscono negativamente anche sulla qualità dei servizi, e quindi a farne le spese sono sempre i lavoratori e gli utenti.
Gli altri costi che si vorrebbero contenere, sono quelli delle manutenzioni e del riscaldamento dell’immobile, attualmente assai sostenuti a causa dell’eccessiva ampiezza dei locali. Anche in questo caso non si pensa a razionalizzazioni, ad esempio a concentrare le degenze (specie nel caso di riduzione dei posti letto, ma non solo) in spazi conformi agli standard, liberando così spazi per  altre attività. No: si pensa a un trasferimento della RSA nei locali del Chiarugi, cioè in una posizione  assai marginale, distante dalle occasioni di socializzazione con l’esterno che invece sono assai presenti nell’attuale ubicazione. E si pensa di reperire i soldi per la ristrutturazione (o meglio demolizione e ricostruzione) del Chiarugi attraverso un’operazione di ingegneria urbanistica ed edilizia ardita che potrebbe dimostrarsi o infattibile o sospetta.
Infatti, dato che solo una piccola frazione dei volumi del Chiarugi servirebbe al Santa Chiara, si ricostruirebbe lì solo il volume strettamente necessario e si venderebbe a terzi il diritto di costruire altrove i volumi che resterebbero inutilizzati.
È evidente che simile operazione pone diversi problemi di fattibilità. In primo luogo i vincoli che la Soprintendenza ha posto al patrimonio immobiliare dell’ex area ospedaliera che parrebbero inibire la possibilità di demolire il manufatto. In secondo luogo l’operazione necessita di mettere mano agli strumenti urbanistici comunali, operazione che presumibilmente richiede tempi lunghi. Infine sorgono dubbi sulla possibilità di trovare acquirenti di diritti ad edificare in una città in decremento demografico, con case vuote e con un piano urbanistico già enormemente sovradimensionato rispetto ai bisogni. A meno che…. a meno che non si conosca già chi è interessato e può acquisire il diritto e si voglia favorire un’operazione di pura speculazione edilizia.
Da qui la nostra più ferma contrarietà all’operazione e l’impegno a sostenere, in tutte le sedi, un processo di riqualificazione del Santa Chiara e di espansione dei servizi in un territorio in cui l’intensa presenza di anziani determina bisogni che vanno individuati e soddisfatti.

Partito della Rifondazione Comunista

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