24 ore senza immigrati

Manconi: «Ma quale solidarietà, è questione di diritti»

Oltre il 45% dei giovani italiani è xenofobo. A renderlo noto è l’Assemblea delle Regioni in un recente sondaggio. Cifre allarmanti ma che non sorprendono se pensiamo che, praticamente ogni giorno, si verificano nel nostro Paese episodi di razzismo. Oggi, primo marzo, l’Europa scenderà in piazza. Sciopereranno i migranti, contro il razzismo delle leggi dello stato e quello quotidiano, “fatto di aggressioni fisiche, verbali, psicologiche”. E contro le reiterate distorsioni dei media: “In tutta una serie di delitti – afferma il sociologo Luigi Manconi – accanto alla descrizione del fatto, compare infallibilmente la nazionalità dell’autore del reato, cosa che non accade quando si vuole indicare come autore del reato un veneto o un sardo… Sono tic linguistici…?”

Il titolo della giornata di mobilitazione è una “giornata senza di noi”. Molto forte dal punto di vista simbolico
Forte, non solo simbolicamente. Immaginiamo cosa potrebbe succedere se i lavoratori stranieri dovessero decidere di incrociare le braccia.

Il Paese ne subirebbe dei contraccolpi dal punto di vista economico?
Parlano i numeri. Gli immigrati sfiorano i 6 milioni e agli utili del loro lavoro va attribuito il 10% del Pil. Dalla siderurgia all’agroalimentare, dalla ristorazione a quel comparto cruciale ed estesissimo che è il lavoro di cura. Sempre di più, e in netta maggioranza, sono quelli che si occupano di assistere, sostenere e curare malati e anziani fino agli ultimi giorni di vita…

L’iniziativa riguarda tutta l’Europa. Evidentemente quello del razzismo non è un tema solo italiano…
Con una formula facile, ma credo non sbagliata, si potrebbe dire che, per molti versi, in Italia c’è meno razzismo ma anche meno integrazione. In altri paesi europei c’è un livello di integrazione più avanzato e questo porta anche a tensioni più radicali.

La mancanza di integrazione è legata a leggi sbagliate (o con venature razziste, come affermano i promotori della Giornata)?
In Italia la sprovvedutezza di gran parte della classe politica, ha fatto sì che la legislazione sull’immigrazione arrivi sempre in maniera faticosa e ritardata, sempre quando il fenomeno si è trasformato e le leggi corrispondono a ricette ormai invecchiate. Ed è paradossale che si continui a parlare dell’Italia come di un paese in cui l’immigrazione è recente quando invece gli stranieri sono qui, in misura consistente, da almeno 25 anni.

Il problema oltre ad essere legislativo è anche di ordine culturale. E forse un atteggiamento psicologico fondato sull’intolleranza è più difficile da rimuovere di una pessima legge…
Gli atteggiamenti di fondo rimandano ad antichi, consolidati e forse insuperabili meccanismi psicologici primari. Facciamo ovviamente bene a parlare di quale politica adottare in Italia per combattere le forme di razzismo ma non va dimenticato che xenofobia vuol dire alla lettera “paura del diverso”, un tratto psicologico che appartiene all’uomo fin dalla sua prima socializzazione, fin da quando l’uomo diventa parte di una comunità, e supera l’ostilità verso il vicino a lui simile organizzando la propria ostilità verso il vicino a lui non simile. Questo, banalmente, è il meccanismo che crea intolleranza.

Un meccanismo che non si supera né con la buona volontà né con le buone leggi e con i buoni sentimenti
No, ma leggi, volontà e sentimenti positivi possono comunque attutire queste tensioni e soprattutto consentire di affrontare contraddizioni sociali molto acute.

Il presidente della Camera, anche in questi giorni ha evidenziato la profonda diversità delle sue posizioni rispetto a quelle del premier (e della Lega). Uno scatto in avanti non indifferente. Al contrario il centro sinistra che ha sempre avuto posizioni di maggiore apertura sul tema dell’immigrazione, sembra che negli ultimi anni non abbia fatto alcun passo in avanti…
Effettivamente, per certi versi la sinistra ha meno bisogno di quello scatto perché esiste un senso comune sufficientemente diffuso che, se non altro, consente di guardare a questi fenomeni con un’apertura mentale e una disponibilità politica maggiore. Ma sia chiaro: le modalità con le quali la sinistra affronta le questioni dell’immigrazione sono del tutto insufficienti, arretrate, retoriche. Perché in primo luogo si affidano a categorie come quella della solidarietà che non hanno niente a che vedere con i problemi da affrontare.

Non è in termini di solidarietà che si deve approcciare il fenomeno dell’immigrazione?
Nemmeno per sogno! La solidarietà non c’entra nulla: il punto non è che i cittadini italiani debbano voler bene ai cittadini stranieri. Io posso voler bene a quell’immigrato o immigrata se ho una relazione con lui o con lei, posso diventare amico di questo o di quello ma ciò riguarda la mia sfera personale, la mia dimensione psicologica affettiva. I cittadini italiani non devono voler bene agli immigrati ma trovare un sistema di relazioni che consenta agli uni e agli altri di convivere pacificamente traendo da questa convivenza il maggior bene possibile e pagando i minor costi possibili. Si tratta di riconoscere i diritti degli immigrati e far sì che questi diritti, intrecciandosi con i doveri, si incontrino in un sistema condiviso di cittadinanza.

E l’informazione che ruolo ha nell’affrontare il fenomeno? C’è speranza che, almeno i media, superino la perversa equazione “immigrati uguale criminalità”?
Venti anni fa, insieme ad altri, tentammo di scacciare dal linguaggio dei media la parola ”vu cumprà”. Qualcuno forse ignorerà perfino che questa parola sia stata utilizzata ma, dal ’85 al ’93 gli immigrati venivano qualificati solo in questo modo. Giungendo addirittura alla pubblicazione su alcuni quotidiani di titoli che parlavano di ”vu stuprà”.

Battaglia vinta?
Sì, ma forse più per stanchezza di lettori e giornalisti che per un soprassalto di consapevolezza. A distanza di vent’anni, però, purtroppo non è cambiato niente. Anzi. E’ passata l’equazione ancora più terribile tra romeno e stupratore. Il ruolo della comunicazione è ancora più perverso: in tutta una serie di delitti, accanto alla descrizione del fatto, compare infallibilmente la nazionalità dell’autore del reato. Perchè la stessa cosa non accade nell’indicare come autore del reato un veneto, un sardo…? Sono tic linguistici? Sono inevitabili tributi da offrire al lettore, all’opinione pubblica e alla sua fretta di dare la notizia? Forse sì. Fatto sta che io non vedo una straordinaria qualità dell’informazione rispetto a 25 anni fa.

Alcune novità positive ci sono, se non altro nelle inchieste giornalistiche realizzate da qualche programma di approfondimento (che tra l’altro adesso imbavagliano per regolamenti preelettorali).
Sì, per fortuna di spazi e servizi interessanti ce ne sono ma è nell’informazione media, in quella quotidiana e ordinaria (specie delle cronache locali) che si annida il pregiudizio, lo stereotipo, la diffidenza. E talvolta l’ostilità.

Stefano Corradino (Direttore Articolo21)in data:01/03/2010

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