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FUORI I PICCOLI CLANDESTINI

Accade, di rado, che il ministro della difesa Ehud Barak si ricordi di essere un laburista. Recuperata per qualche attimo la memoria politica, l’artefice nel 2009 dell’abbraccio fraterno tra il suo partito e la destra del premier Benyamin Netanyahu in funzione anti-palestinese, ora protesta per la decisione presa nei giorni scorsi dal governo del quale fa parte di cacciar via 400 bambini stranieri, molti dei quali con meno di cinque anni di età, figli di lavoratori immigrati non in regola. Altri 800, sulla base del provvedimento, verranno rispediti al mittente al compimento del 21esimo anno. Continua la lettura di FUORI I PICCOLI CLANDESTINI

24 ore senza immigrati

Manconi: «Ma quale solidarietà, è questione di diritti»

Oltre il 45% dei giovani italiani è xenofobo. A renderlo noto è l’Assemblea delle Regioni in un recente sondaggio. Cifre allarmanti ma che non sorprendono se pensiamo che, praticamente ogni giorno, si verificano nel nostro Paese episodi di razzismo. Oggi, primo marzo, l’Europa scenderà in piazza. Sciopereranno i migranti, contro il razzismo delle leggi dello stato e quello quotidiano, “fatto di aggressioni fisiche, verbali, psicologiche”. E contro le reiterate distorsioni dei media: “In tutta una serie di delitti – afferma il sociologo Luigi Manconi – accanto alla descrizione del fatto, compare infallibilmente la nazionalità dell’autore del reato, cosa che non accade quando si vuole indicare come autore del reato un veneto o un sardo… Sono tic linguistici…?” Continua la lettura di 24 ore senza immigrati

Avanti arditi!

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A Rosarno hanno fatto tesoro delle indicazioni del ministro dell’interno. Disse Maroni il primo febbraio 2009: «Per contrastare l’immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti, ma cattivi, determinati». Ora suppongo che le squadracce di Rosarno si siano riunite, prima delle loro azioni. Siamo nel giusto?, si saranno chiesti gli arditi degli agrari. Poi, ricordate le parole del ministro, chissà, si saranno sentiti meglio. «Cattivi e determinati», ha detto lui. «La gente imbraccia i fucili», scrive il Corriere della Sera. Non fa una piega, e la prossima volta che qualcuno ci fa la solita lezioncina sui cattivi maestri sarà bene ricordarsene. Del resto, il ministro dell’Interno ha più volte ribadito il concetto. Disse a Pontida: «Noi vogliamo consentire ai cittadini di partecipare. Le abbiamo chiamate associazioni di volontari per la sicurezza. Ci hanno risposto che vogliamo le ronde. Ebbene sì, vogliamo le ronde! Chiamiamole col loro nome, non abbiamo paura delle parole». Ebbene sì, hanno detto anche a Rosarno. Ma anche noi siamo gente concreta, che non ha paura delle parole, e sappiamo chiamare le cose con il loro nome. Questa in italiano si chiama istigazione (traduco: istigasiùn).
Del resto il partito del ministro dell’interno ha tra le sue fila alcuni condannati per istigazione all’odio razziale, e questo rende come minimo inopportuno che quel ministero sia affidato alla Lega. Che poi i padani al governo vogliano difendere i cittadini calabresi è davvero strabiliante, visto il loro rispetto per la gente del sud. «Senti che puzza scappano anche i cani / stanno arrivando i napoletani», canta allegramente un deputato europeo leghista, tale Salvini, immortalato per i posteri (e i napoletani) su YouTube. Insomma, il linguaggio è da squadristi, gli arditi sul campo fanno parlare il sor randello, gli agrari e i terratenientes festeggiano la lezione impartita agli schiavi. Vi ricorda qualcosa? Mavalà! Benvenuti negli anni Dieci.

di Alessandro Robecchi
Il Manifesto 10 gennaio 2010

Dario Fo sul razzismo

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di Dario Fo
FUORI DAL BARATRO
Dobbiamo ripeterlo, all’infinito. L’Italia che ha introdotto il reato d’immigrazione clandestina, l’allungamento della detenzione preventiva, che pratica i respingimenti azzerando il diritto d’asilo, è un paese sul baratro.
È in atto, qui e ora, una trasformazione violenta della nostra natura, un capovolgimento antropologico, una corruzione storica. Ne viene modificata la ragione d’essere di un popolo, le basi costitutive della convivenza tra gli umani e la cancellazione insieme delle basi del diritto universale come del cuore solidaristico ed egualitario della nostra costituzione.
Una delle culture profonde e fin qui radicate che così rischiano di venir meno è quella dell’asilo, del soggiorno e dell’ospitalità, tradizione positiva di quella che chiamiamo «nostra civiltà». Con i respingimenti e con le ronde che privatizzano e aizzano all’odio sulla sicurezza, tutti i giorni la civiltà è negata. Negato quel diritto all’asilo che esisteva nelle chiese cristiane 2000 anni fa e che era parte costitutiva della realtà dei Comuni che garantivano la salvezza del fuggiasco e dell’oppresso che si era liberato dal servaggio del vassallo. «Sei salvo», dicevano offrendo libertà e lavoro. Poi si dicono cristiani. Non sanno neanche che cosa significhi. Perché il cristianesimo è accoglimento, la prima regola, il primo atto d’amore verso il cacciato. C’è una cosa che io recito in questi giorni con Franca Rame su Ambrogio: sant’Ambrogio in un suo discorso che tiene ai parrocchiani ad un certo punto se la prende con i ricchi e dice: «Ricordati che quando sentirai lamento e bussare alla porta, alla tua porta, mentre sei al tiepido e tranquillo e coperto, colui che viene a bussare è un uomo e quell’uomo si chiama Gesù». Pensa un po’.
Di più. La cosa orrenda è che noi ormai siamo pronti ad accettare l’ospitalità solo se è pagata bene. Se chi viene a chiedere ospitalità ha la possibilità di pagarci. Eppure nello scambio ineguale i miseri siamo noi e l’arricchimento tra le culture sembra una favola affondata, colata a picco con la disperazione dei naufraghi dei barconi, dentro le apparenze-verità televisive. Ecco che crolla quella sensibilità minuta del vivere, patrimonio fin qui diffuso. Prima si diceva: nessuno riceverà solo un bicchier d’acqua se dirà ho sete alla nostra porta, noi daremo il vino. È un’espressione che c’è in Veneto, in Lombardia, in Piemonte, in Sicilia, dappertutto. Offriamo a chiunque, prima ancora che quello chieda. E oggi l’unica cosa che sappiamo dire, grazie alla destra di governo, al populismo razzista che alimenta, ma anche ai molti ritardi e silenzi di quella che ancora ci ostiniamo a chiamare sinistra è: vattene via.
Hanno diritto all’accoglienza perché hanno diritto a fuggire dalla guerra, dai regimi dittatoriali che noi spesso aiutiamo per le materie prime da sfruttare. E perché rifiutano la miseria e la fame. Lo dice l’Onu che c’è un miliardo di esseri umani ridotto a morire perché in assenza di cibo nelle periferie e baraccopoli dei continenti depredati come l’Africa e l’Asia. E noi offriamo di caldo solo il razzismo che è l’anticamera, aperta, del fascismo.
Oggi in piazza e ogni giorno nella realtà quotidiana dobbiamo essere in tanti per fermare questa deriva, per gridare che i migranti siamo noi.

Il manifesto 17 ottobre 2009

Manifestazione Nazionale Antirazzista

Manifestazione Nazionale Antirazzista
ROMA 17 OTTOBRE 2009
Piazza della Repubblica, ore 14.30

Il 7 ottobre del 1989 centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza a Roma per la prima grande manifestazione contro il razzismo. Il 24 agosto dello stesso anno a Villa Literno, in provincia di Caserta, era stato ucciso un rifugiato sudafricano, Jerry Essan Masslo.
A 20 anni di distanza, il razzismo non è stato sconfitto, continua a provocare vittime e viene alimentato dalle politiche del governo Berlusconi.
Il pacchetto sicurezza approvato dalla maggioranza di centro destra risponde ad un intento persecutorio, introducendo il reato di “immigrazione clandestina” e un complesso di norme che peggiorano le condizioni di vita dei migranti, ne ledono la dignità umana e i diritti fondamentali.
Questa drammatica situazione sta pericolosamente incoraggiando e legittimando nella società la paura e la violenza nei confronti di ogni diversità.
Intanto, nel canale di Sicilia, ormai diventato un vero e proprio cimitero marino, continuano a morire centinaia di esseri umani che cercano di raggiungere le nostre coste.
E’ il momento di reagire e costruire insieme una grande risposta di lotta e solidarietà per difendere i diritti di tutte e tutti rifiutando ogni forma di discriminazione e per fermare il dilagare del razzismo.
Pertanto facciamo appello a tutte le associazioni laiche e religiose, alle organizzazioni sindacali, sociali e politiche, a tutti i movimenti a ogni persona a scendere in piazza il 17 ottobre per dare vita ad una grande manifestazione popolare in grado di dare voce e visibilità ai migranti e all’Italia che non accetta il razzismo. sulla base di queste parole d’ordine?
Comitato 17 ottobre

Il RAZZISMO ISTITUZIONALE DEL GOVERNO

pubblicato dal Manifesto il 13 settembre 2009

di Luigi Ferrajoli

Fuori LEGGE
Pubblichiamo la relazione del filosofo all’incontro «La frontiera dei diritti. Il diritto alla frontiera» organizzato a Lampedusa da Magistratura democratica, dal Medel e dal Movimento per la Giustizia
È con un senso di sgomento e di mortificazione civile che siamo oggi qui a Lampedusa per discutere della vergognosa politica italiana in materia di immigrazione: delle scandalose leggi razziste e incostituzionali varate dall’attuale governo contro gli immigrati, fino alla criminalizzazione della stessa condizione di immigrato irregolare; dei respingimenti di massa illegittimi, in violazione del diritto d’asilo, di migliaia di disperati che fuggono dalla fame, o dalle persecuzioni o dalle guerre; delle violazioni dei diritti e della dignità della persona negli attuali centri di espulsione, e più ancora nei lager libici nei quali gli immigrati respinti vengono destinati; delle centinaia di morti, infine – fino alla tragedia dei 73 eritrei lasciati annegare in mare lo scorso agosto, dopo 21 giorni alla deriva – vittime della disumanità del nostro governo, immemore della lunga tradizione di emigrazione del nostro paese

La guerra ai migranti
Ci troviamo di fronte ad un cumulo di illegalità istituzionali, che hanno provocato critiche e proteste da parte dell’Onu, dell’Unione Europea e della Chiesa cattolica e che deturpano i connotati essenziali della nostra democrazia. (…) Credo sia opportuno, in via preliminare, misurarne la contraddizione profonda con i principi più elementari della tradizione liberale. Entro questa tradizione, il diritto di emigrare è il più antico dei diritti naturali, essendo stato proclamato alle origini della civiltà giuridica moderna. Ben prima della teorizzazione hobbesiana del diritto alla vita e di quella lockiana dei diritti di libertà, lo ius migrandi fu infatti configurato dal teologo spagnolo Francisco de Vitoria, nelle sue Relectiones de Indis svolte a Salamanca nel 1539, come un diritto universale e insieme come il fondamento del nascente diritto internazionale moderno.
Di fatto la sua proclamazione era chiaramente finalizzata alla legittimazione della conquista spagnola del Nuovo mondo: anche con la guerra, ove all’esercizio di quel diritto fosse stata opposta illegittima resistenza. Tuttavia – benché asimmetrico, non essendo certo esercitabile dalle popolazioni dei «nuovi» mondi, ma solo dagli europei che lo invocarono a sostegno delle loro conquiste e colonizzazioni – lo ius migrandi rimase da allora un principio fondamentale del diritto internazionale consuetudinario.

In nome della proprietà privata
John Locke lo teorizzò come essenziale al nesso proprietà, lavoro, sopravvivenza sul quale fondò la legittimità del capitalismo: «la stessa norma della proprietà», in forza della quale ciascuno è proprietario dei frutti del proprio lavoro, egli scrisse, «può sempre valere nel mondo senza pregiudicare nessuno, poiché vi è terra sufficiente nel mondo da bastare al doppio di abitanti» (…). Kant, a sua volta, enunciò ancor più esplicitamente non solo il «diritto di emigrare», ma anche il diritto di immigrare, che formulò come «terzo articolo definitivo per la pace perpetua». Infine il diritto di emigrare fu consacrato nell’art.13 della Dichiarazione universale dei diritti nel 1948 e in quasi tutte le odierne costituzioni, inclusa quella italiana (…).
Ho ricordato queste origini dello ius migrandi perché la loro memoria dovrebbe quanto meno generare una cattiva coscienza in ordine all’illegittimità morale e politica, ancor prima che giuridica, della legislazione contro gli immigrati. Quell’asimmetria, in forza della quale quel diritto fu utilizzato dai soli occidentali a danno delle popolazioni dei nuovi mondi, si è oggi rovesciata. Dopo cinque secoli di colonizzazioni e rapine non sono più gli europei ad emigrare nei paesi poveri del mondo, ma sono al contrario le masse affamate di questi stessi paesi che premono alle nostre frontiere. E con il rovesciamento dell’asimmetria si è prodotto anche un rovesciamento del diritto. Oggi che l’esercizio del diritto di emigrare è divenuto possibile per tutti ed è per di più la sola alternativa di vita per milioni di esseri umani, non solo se ne è dimenticato l’origine storica e il fondamento giuridico nella tradizione occidentale, ma lo si reprime con la stessa feroce durezza con cui lo si è brandito alle origini della civiltà moderna a scopo di conquista e colonizzazione. Nel momento in cui si è trattato di prenderne sul serio il carattere «universale», quel diritto è infatti svanito, capovolgendosi nel suo contrario: tramutandosi in reato.
È questa l’enorme novità dell’attuale legislazione italiana rispetto alle stesse leggi anti-immigrazione del passato, come la Bossi-Fini o le varie leggi contro gli immigrati degli altri paesi europei: la criminalizzazione degli immigrati clandestini. (…)
Ma oggi la novità della criminalizzazione degli immigrati compromette radicalmente l’identità democratica del nostro paese. Giacché essa ha creato una nuova figura: quella della persona illegale, fuorilegge solo perché tale, non-persona perché priva di diritti e perciò esposta a qualunque tipo di vessazione; destinata dunque a generare un nuovo proletariato, discriminato giuridicamente e non più solo, come i vecchi immigrati, economicamente e socialmente.
Il salto di qualità consiste dunque nei connotati intrinsecamente razzisti della nuova legislazione: dapprima del decreto legge n.92/2008, convertito in legge il 24 luglio del 2008, che ha introdotto, per qualunque reato, l’aggravante della condizione di clandestino, l’aumento della pena fino a un terzo e il divieto di concedere le attenuanti generiche sulla sola base dell’assenza di precedenti penali; poi, soprattutto, della legge sulla sicurezza (…) È stato infine allungato da 2 a 6 mesi il tempo di permanenza dei clandestini nei centri di espulsione (Cie). Infine le norme apertamente razziste, di triste memoria nel nostro paese: il divieto dei matrimoni misti per l’immigrato irregolare, gli ostacoli alle rimesse di denaro alle famiglie; il divieto per quanti sono privi del permesso di soggiorno di iscrivere i figli all’anagrafe, con il conseguente pericolo che questi, non essendo riconosciuti, possano essere dati in adozione e sottratti alle loro madri, la cui sola alternativa sarà il parto clandestino e la clandestinità dei loro figli.(…)

Buttati a mare
La cosa più sconfortante è che queste leggi non sono bastate a soddisfare le pulsioni razziste presenti nell’attuale governo. Anch’esse, benché crudelmente discriminatorie, sono state violate dal nostro governo. È quanto è accaduto in questi mesi, a partire dallo scorso 6 maggio, con l’infamia dei respingimenti in mare, nel corso dei quali centinaia di persone sono state rigettate, a rischio della loro vita, nei campi libici o nei loro paesi di provenienza. Questi respingimenti sono illegali sotto più aspetti. Hanno violato, anzitutto, il diritto d’asilo stabilito dall’articolo 10 (comma 3) della Costituzione per «lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche», giacché le navi italiane con cui gli immigrati vengono riportati in Libia sono territorio italiano, siano esse in acque territoriali o in acque extraterritoriali. E lo hanno violato doppiamente, giacché questi disperati vengono respinti in quei veri lager che sono i campi libici, dove sono destinati a rimanere senza limiti di tempo e in violazione dei più elementari diritti umani. Hanno violato, in secondo luogo, la garanzia dell’habeas corpus stabilita dall’articolo 13 (3 comma) della Costituzione: questi respingimenti si sono infatti risolti in accompagnamenti coattivi, non sottoposti a nessuna convalida giudiziaria. (…) Infine sono state violate le convenzioni internazionali che l’Italia, nell’articolo 10 della Costituzione si è impegnata a rispettare: l’art.13 della Dichiarazione universale dei diritti umani sulla libertà di emigrare; l’art.14 della stessa Dichiarazione sul diritto d’asilo; l’art.4 del protocollo 4 della Convenzione europea dei diritti umani che vieta le espulsioni collettive.
Infine l’ultimo, dolente capitolo: quello dei «centri» che prima si chiamavano «di accoglienza» e che la nuova legge chiama «centri di identificazione e di espulsione», nei quali gli immigrati possono restare reclusi non più per 60 giorni, come secondo la vecchia legge, ma per sei mesi. Questi centri sono veri luoghi di detenzione: una detenzione, peraltro, ancor più grave e penosa di quella carceraria, dato che è sottratta a tutte le garanzie previste per i detenuti, a cominciare dal ruolo di controllo svolto dalla magistratura di sorveglianza.
Sono stati così creati dei centri, dei luoghi, dei campi di concentramento – chiamiamoli come vogliamo – in cui vengono recluse persone che non hanno fatto nulla di male, ma che vengono private di qualunque diritto e sottoposte a un trattamento punitivo senza neppure i diritti e le garanzie che accompagnano la stessa pena della reclusione. In questi centri la violazione dell’habeas corpus è totale.(…)
Queste norme e queste pratiche rivelano insomma un vero e proprio razzismo istituzionale. (…) Esse esprimono l’immagine dell’immigrato come «cosa», come non-persona, il cui solo valore è quello di mano d’opera a basso costo per lavori troppo faticosi, o pericolosi o umilianti: tutto, fuorché un essere umano, titolare di diritti al pari dei cittadini.

Categorie criminali
C’è un altro aspetto, ancor più grave, del razzismo istituzionale espresso da queste norme e dalla campagna sulla sicurezza a loro sostegno: il veleno razzista da esse iniettato nel senso comune. Queste norme e questa campagna non si limitano a riflettere il razzismo diffuso nella società, ma sono esse stesse norme razziste – le odierne «leggi razziali», è stato detto, a distanza di 70 anni da quelle di Mussolini – che quel razzismo valgono ad assecondare e a fomentare, stigmatizzando come pericolosi e potenziali delinquenti non già singoli individui sulla base dei reati commessi, ma intere categorie di persone sulla base della loro identità etnica. (…)
Questo razzismo istituzionale rischia di minare alle radici la nostra democrazia. Al tempo stesso, le politiche e le leggi che ne sono espressione possono solo aggravare e drammatizzare tutti i proble-mi che si illudo-no di risolvere. Mentre non saranno mai in grado di fermare l’immigrazione, avranno come effetto principale l’aumento esponenziale del numero dei clandestini e la loro emarginazione sociale inevitabilmente criminogena. E’ infatti evidente che, come già è accaduto per l’emigrazione italiana negli Stati Uniti negli anni venti e trenta del secolo scorso, la condizione di debolezza e di inferiorità degli immigrati finisce inevitabilmente per spingerli nell’illegalità, alla ricerca della solidarietà e della protezione di altri immigrati clandestini e di consegnarli, magari, al controllo delle mafie. Occorre al contrario essere consapevoli della complementarità e della convergenza tra sicurezza e integrazione sociale: una politica a garanzia della sicurezza non solo non esclude, ma implica la massima integrazione degli immigrati, attraverso il riconoscimento della loro dignità di persone e la garanzia di tutti i diritti della persona.

LETTERA APERTA AL SINDACO BUSELLI

Tanto si è discusso in questo periodo sul famigerato pacchetto sicurezza; di fronte a tale norme, è giusto che tutti, istituzioni, gruppi politici, associazioni, cittadini, prendano una posizione che sia chiara ed aperta.

Questo deve avvenire anche a livello locale e cittadino.

Infatti occorre ricordare che nel nostro territorio vivono e lavorano circa seicento stranieri con regolare permesso di soggiorno e un centinaio ancora irregolari.

Tutte persone che lavorano quotidianamente nelle nostre case, nei nostri ristoranti, nelle nostre campagne o nei nostri boschi.

Non possiamo quindi non preoccuparci dei problemi che potrebbero porsi, a seguito dell’approvazione del pacchetto sicurezza da parte del governo italiano, alla prosecuzione delle molteplici iniziative assistenziali, di recupero e di promozione sociale operanti da tempo nella nostra città, a favore di donne uomini e bambini svantaggiati, qualunque sia la loro storia, la loro lingua, il colore della loro pelle.

Le nuove norme coinvolgeranno quindi tutti noi, sia da un punto di vista morale che pratico e non può definirsi civile un popolo che resta in silenzio davanti a un tale scempio.

Lo stesso comunicato pubblicato tre settimane fa sulla Spalletta da parte di alcuni cittadini e di volontari legati alla struttura di accoglienza di San Girolamo confermano la preoccupazione di tutti i democratici sia per una normativa di impronta razzista che per i suoi risvolti di carattere umanitario e sociale, di cui anche le istituzioni locali non possono non tenere conto.

Al consiglio comunale di Volterra il 16 luglio è stato chiesto dalle opposizioni alla nuova amministrazione, di prendere posizione e condannare le nuove norme sulla sicurezza, che attribuiscono peraltro poteri discrezionali anche ai Sindaci (sulla questione il Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione D’Ambrosio ha commentato l’insieme di norme del pacchetto sicurezza come volte a costruire uno Stato ad ordine pubblico e sicurezza variabili territorialmente).

Il Sindaco e la maggioranza consiliare hanno respinto le proposte dell’opposizione partendo dall’assunto che un’amministrazione locale deve affrontare e possibilmente risolvere soltanto questioni legate alla vita di uno specifico territorio e non occuparsi della politica nazionale generale.

A sostegno della negata adesione alle proposte dell’opposizione è stato anche fatto presente che non erano ancora stati emanati i decreti attuativi.

Su quest’ultima affermazione è pacifico in diritto che un decreto attuativo di una legge per definizione attua e non modifica i principi e le norme espresse nella legge stessa e a conferma di ciò erano sotto gli occhi di tutti i casi di sindaci di varie città d’Italia che in ottemperanza alla legge approvata, emanavano ordinanze nei limiti delle nuove attribuzioni conferitegli, anche prima dell’emanazione dei decreti attuativi. D’altra parte anche altri rappresentanti istituzionali hanno anticipato i principi della riforma, come il Dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale della Toscana che di fatto ha costretto uno studente a rinunciare all’esame di stato, in quanto sprovvisto della residenza e del permesso di soggiorno.

E insufficiente è la rassicurazione data dalla maggioranza consiliare sul rispetto della Costituzione: il pacchetto sicurezza è norma dello Stato nonostante la Costituzione.

Per quanto riguarda la decisione della maggioranza consiliare di non discutere la politica nazionale è necessario ricordare che le norme sulla sicurezza incidono nel quotidiano di ognuno di noi e un Sindaco ha il dovere morale oltre che istituzionale di pronunciarsi: le sue azioni e le sue posizioni, rese pubbliche, sono un monito e una garanzia per tutti i cittadini.

E non è sufficiente garantire in via privata un singolo operatore sociale: in primo luogo perché è inaccettabile moralmente  doversi raccomandare perché non accada niente e i controlli non siano disposti e in secondo luogo  perché comunque altri soggetti sul territorio, a vario titolo coinvolti dalla legge ad effettuare i controlli, potrebbero discrezionalmente applicarla e denunciare o tenere comunque comportamenti in linea con questa legge razzista.

La posizione pubblica di un Sindaco dà un “marchio” morale ad un territorio e finisce per guidare e influenzare le scelte e i comportamenti di tutti.

A titolo esemplificativo ecco alcuni casi che potrebbero verificarsi anche a Volterra:

  1. Agli uffici anagrafe comunali devono rivolgersi i cittadini, italiani o stranieri per un’iscrizione o variazione della residenza.

La nuova legge prevede che gli uffici comunali possano verificare le condizioni igienico sanitarie dell’immobile in cui il richiedente intende fissare la residenza. In assenza dell’idoneità, l’iscrizione o la variazione anagrafica sarà negata, con la conseguente esclusione della famiglia interessata dalle eventuali integrazioni al reddito, dal servizio sanitario, dalle graduatorie per gli asili nido, le scuole materne, le case popolari, e via discriminando.

In questi casi come userà il Sindaco i poteri discrezionali che gli sono attribuiti dalla legge?

  1. la legge prevede che, nei casi di indebita occupazione del suolo pubblico, il sindaco per le strade urbane e il prefetto per quelle extraurbane o quando ricorro motivi di sicurezza pubblica per ogni luogo, possano ordinare l’immediato ripristino dei luoghi e se si tratta di occupazione a fini di commercio, la chiusura dell’esercizio.

Ma i motivi che giustificano l’intervento della forza pubblica potrebbero essere invocati con preferenza nei casi di raggruppamenti di extracomunitari o di locali indesiderati.

In questi casi come userà il Sindaco i poteri discrezionali che gli sono attribuiti dalla legge?

  1. Una vecchia legge obbliga tutti i cittadini, italiani e stranieri, a registrare le nascite all’ufficio di stato civile del Comune. La nuova legge impone ai cittadini stranieri di mostrare il permesso di soggiorno per registrare la nascite di un figlio. Se non l’hanno, l’impiegato li deve segnalare alla questura. Per non venir segnalati e quindi espulsi, ai cittadini stranieri clandestini restano due scelte: soggiacere all’impossibilità di riconoscere i figli permettendone così l’adottabilità in quanto abbandonati; o partorirli e tenerseli di nascosto con la prospettiva di non poterli far curare nelle strutture pubbliche né mai mandare a un asilo o iscrivere a una scuola.

Su questo il Sindaco non crede di dover prendere una posizione prima che si verifichino casi di bambini invisibili a Volterra? Non crede di dover attivare collaborazioni con medici e altre strutture e occuparsi del problema?

  1. la nuova legge prevede che anche i dirigenti scolastici, quali pubblici ufficiali, denuncino le situazioni di clandestinità, negando a chi non è in possesso del codice fiscale, che ovviamente i clandestini non hanno, di essere ammessi all’esame per il diploma di scuola superiore.

Su questo il Sindaco non crede di dover prendere una posizione prima che si verifichino casi di ragazzi che vedono negato il loro diritto allo studio? Non crede di dover discutere per cercare una soluzione concreta o un comportamento quanto meno solidale da tenere?

Ci sembra dunque corretto prima ancora che legittimo, attendere dall’amministrazione comunale, istanza prioritaria della vita democratica della comunità, di sapere con quali strumenti di politica amministrativa e con quali obiettivi di convivenza civile intenda affrontare i compiti interamente o parzialmente nuovi attribuitigli e di quanta discrezionalità ritenga poter disporre.

Così come ci sembra utile chiedere un eguale chiarimento di propositi a ogni organismo che a vario titolo e con diversi strumenti partecipa alla vita della nostra comunità.

PARTITO DEMOCRATICO

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA

SINISTRA E LIBERTA’

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

GRUPPO CONSILIARE LA SINISTRA PER VOLTERRA

GRUPPO CONSILIARE VOLTERRA CITTA’ APERTA

Le radici dell’ omofobia

Repubblica – 03 settembre 2009

UN MIO amico gay (sapete la frase: «Non ho niente contro l’ omosessualità, ho anche un amico gay») mi dice che non sa bene che cosa voglia dire questa recrudescenza di odio e violenze omofobe, e nemmeno quanto sia reale. Può darsi, dice, che la differenza principale stia nella reazione: oggi non siamo più dispostia passarle sotto silenzio e a lasciarle impunite. La violenza omofoba non si è mai fermata. Può darsi, dice, che l’ incattivimento generale del nostro tempo la irriti di più: dopotutto, gli omosessuali sono da sempre lìa fare da bersaglio, loro e gli altri diversi per eccellenza, votati a far da capri espiatori, ebrei, zingari. Roma poi, dice, è la magnifica città d’ elezione delle discriminazioni e dei razzismi. I fascistelli (grazioso diminutivo, quasi vezzeggiativo, come Svastichella) si trovano il piatto servito al giorno d’ oggi: c’ è la Gay Street, si va a tirare un paio di bombe, poi quando ti inseguono si tira fuori una pistola (una pistola intera, non una pistolella) e si torna al calduccio del proprio covo. Il mio amico vive in una grande città del centro in cui l’ ultima aggressione a gay, peraltro fortuita, risale, dice, a due anni fa. Poi si scusa di dover chiudere la telefonata: sta uscendo per andare a una manifestazione contro la violenza omofoba. Non mi accontenta la sua opinione, dubbiosa del resto. Non che sia un’ opinione ottimista, al contrario. Vuol dire che l’ odio contro i gay non ha mai conosciuto tregua, e non ne conoscerà per molto tempo ancora. Non mi convince l’ idea della continuità. Mi pare che tutti i fenomeni del peggiore arcaismo e patriarcalismo, a cominciare dagli ammazzamenti di donne, abbiano un carattere modernissimo, siano insieme avanzi di passato e sintomi del mondo nuovo. Il futuro ha un cuore antico, diceva un bel titolo di Carlo Levi (che lo trovava uguale a se stesso, quel cuore, in Lucania o in Unione Sovietica). Si può anche paventare un futuro che non abbia più un cuore, ma ce l’ abbia decrepito. Gli assalti premeditati ai luoghi conviviali gay, o la coltellata improvvisata a un angolo di strada – secondata o ignorata dalla viltà degli astanti- sono fortunosamente coincisi con la decisione di “gridare al mondo” – ha scritto così D’ Avanzo – che «il direttore del giornale della Conferenza episcopale è un frocio!». Coincidenza che complica già le cose. E a complicarle ulteriormente sta l’ intreccio fra la posizione assunta dalla Chiesa in questo frangente, la posizione ufficialee tradizionale della Chiesa sull’ omosessualità, e lo speciale riparo di fatto offerto dalla Chiesa all’ omosessualità (e, altra questione, alla cosiddetta pedofilia). Non è facilissimo tenere assieme il rigoroso e sdegnato ripudio dell’ invadenza nella vita privata delle persone e la condanna delle loro private vocazioni sessuali. Le oscillazioni di questi giorni (ancora lievi, peraltro) nell’ atteggiamento della gerarchia cattolica, spiegate acutamente dagli esperti con le diverse linee politiche concorrenti, sono anche in qualche misura legate a quella contraddizione. (Bisognava alla Chiesa esser prudente, ammoniva Messori ieri sul Corriere, e destinare il sospettato di gusti diversi ad altri incarichi). La stessa giudiziosa (a volte troppo) distinzione che la Chiesa ribadisce tra peccato e peccatore, non basta a trovare un equilibrio: oscillando a sua volta fra un’ estrema indulgenza (credi forte, e pecca pure più forte ancora, magari a pagamento) e una colpevolizzazione devastante. Alfredo Ormando venne dalla Sicilia in piazza San Pietro per darsi fuoco il 22 gennaio 1998. Un “atto inconsulto”: come no. Lo aveva scritto lui stesso, qualche giorno prima, a Natale. «Vivo con la consapevolezza di chi sta per lasciare la vita terrena e ciò non mi fa orrore, anzi!, non vedo l’ ora di porre fine ai miei giorni; penseranno che sia un pazzo perché ho deciso Piazza San Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo». Un atto “innaturale”, per definizione: chea lui sembrò il più naturale degli atti: «Spero che capiranno il messaggio che voglio dare; è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’ omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l’ omosessualità è sua figlia». Questione complicata, e insieme semplice fino all’ imbarazzo. “Noi eterosessuali” dobbiamo pur pensarne qualcosa. Se non altro, per decidere se stiamo o no uscendo anche noi per andare a manifestare. Una volta, quando eravamo di sinistra e c’ era la sinistra (di sinistra siamo ancora, molti di noi, la sinistra però non c’ è più, o quasi), ci dicevamo che virilismoe omofobia sono connotati decisivi dei fascismi – magari per mascherare o rimuovere un’ omofilia temuta – e dunque battersi per i diritti di gay e lesbiche era un capitolo del dovere antifascista. Oggi la correttezza politica dà così per ovvia la tolleranza nei confronti delle diverse predilezioni sessuali che la questioneè pressoché accantonata. Le aggressioni contro i gay si moltiplicano, i gay rispondono, le autorità, per lo più maschie, hanno il gay village e la gay street cui far visita con le telecamere. E così via. A ciascuno il suo. Agli eterosessuali maschi la loro normalità, spinta ogni tanto all’ eccesso colposo di legittima difesa consistente nell’ ammazzare moglie e figli, ex fidanzata o prostituta ignota dell’ est, e poi tentare, quasi sempre fallendo, il suicidio. Sono dell’ altroieri i dati aggiornati sugli omicidi in Italia. Quelli in famiglia hanno il primo posto e superano nettamente gli ammazzamenti di mafia: quanto alle vittime, sono per il 70 per cento donne. Fine della digressione sulla normalità eterosessuale. Torniamo alla violenza omofoba e alla sua eventuale modernità. Sono persuaso che al fondo della questione dell’ immigrazione straniera stia il fantasma della sessualità, lo spettro che si aggira per l’ Europa e, più inaspettato e improvviso, in Italia. Evocato, del resto, dalla repellente ingenuità razzista, così facile a tradirsi. Frasi come «vengono a portarci via il lavoro» sono già meno frequenti di quelle: «Vengono a violentarci le donne». Non è vero che ci portino via il lavoro, come spiega la Banca d’ Italia, né che ci portino via le donne, come spiegano le statistiche criminali. Gli italiani furono giustamente commossi e sdegnati dall’ orribile violenza omicida di Tor di Quinto. Non hanno tratto abbastanza dalla lezione della strage netturbina di Erba. Gli immigrati arrivano alle nostre spiagge, provvisoriamente esanimi, come le avanguardie di un mondo povero e spaventosamente giovane e prolifico. Sono lo specchio rovesciato della nostra senescenza e della nostra demografia azzerata. Un tempo l’ omosessualità era dannata come un peccato contro la specie e l’ imperativo della riproduzione. Oggi non si può più trattare del “disordine sessuale” come di un attentato alla natalità, non esplicitamente. Ma sentirlo come un tradimento della famosa identità, l’ indizio più scoperto della resa effeminata dell’ invaso all’ invasore, una quinta colonna del mondo povero e giovane e famelico che preme per cancellare i confini, questo può succedere, succede. Come sempre i razzisti, consapevoli o no – come i nazisti, che facevano di nascosto lo sporco lavoro aspettandosi il riconoscimento dell’ umanità a venire – i fascistelli che aggrediscono un ragazzo gay stanno difendendo la nostra identità. Il nostro onore. Ci stanno difendendo, Dio ci aiuti.

ADRIANO SOFRI