Come nel più scontato dei copioni, i sindacati collaborazionisti, ormai pronti a sottoscrivere qualsiasi sacrificio e rinuncia governo o padroni intendano imporre ai lavoratori, hanno assicurato il proprio malinconico consenso alla Fiat che si accinge – sarà bene averne consapevolezza – ad assestare un colpo difficilmente rimediabile all’intero quadro delle relazioni economico-sociali del Paese. Nei giorni scorsi abbiamo illustrato i contenuti del diktat di corso Marconi. «Prendere o lasciare», aveva detto l’amministratore delegato della Fiat. Dove «prendere» significa accettare il peggioramento delle condizioni di lavoro pattuite attraverso il contratto nazionale (orari, ritmi, pause, mensa, malattia) ma, ancor più, acconciarsi a subire l’amputazione della più irrinunciabile delle libertà del lavoro, quella di incrociare le braccia, di scioperare, reintrodotta dalla Costituzione all’indomani della sconfitta del fascismo che l’aveva abolita. E che oggi (corsi e ricorsi) viene riportata in auge dalla stessa azienda che nel 1919 chiese all’allora Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti di sgomberare con l’esercito i lavoratori che l’avevano occupata. E dove «lasciare» significa, automaticamente, perdere il lavoro, perché la Fiat chiuderà lo stabilimento campano per realizzare le produzioni della Panda e della nuova Ypsilon, rispettivamente, a Tycky, in Polonia e a Kragujevac, in Serbia. La limpida logica del Lingotto (e di ogni impresa del globo terracqueo) è dunque quella di allocare l’investimento là dove le condizioni (leggi: il costo del lavoro) sono più favorevoli, scaricando per quanto possibile il rischio di impresa (che vive ormai solo nelle esercitazioni di scuola) sui propri dipendenti. Ci fu un periodo in cui Sergio Marchionne entrò in odore di santità per essersi accreditato come il manager che non speculava sui differenziali di costo del lavoro e sapeva dimostrare come anche un’azienda transnazionale potesse rimanere competitiva, senza migrare, per capacità innovativa, dunque per virtù proprie. Ora che la crisi e la riorganizzazione dei poteri nel settore dell’auto hanno polverizzato quegli intendimenti, siamo ruvidamente tornati alla realtà, a Pomigliano come a Detroit. L’uomo dei miracoli, dopo avere decretato la fine di Termini Imerese, ci ha propinato persino un paradossale autoincensamento («avete mai visto un costruttore che ha trasferito una produzione da un impianto dell’est europeo?»). Ma anche questa rodomontata è fuori luogo, se si pensa che la francese Renault, parzialmente controllata dallo Stato, si è vista imporre da Nicolas Sarcozy, che certo socialista non è, di produrre “in casa” almeno tante auto quante lì se ne vendono perché, ha detto il capo dell’Eliseo, «non finanziamo certo i nostri costruttori per lasciare che spostino altrove la produzione». E tutto ciò senza intervenire sulla “flessibilità” del lavoro e sul sistema di relazioni industriali. Ma in Italia, dove da tempo si sperimenta in ogni campo il peggio del peggio, non va così. Accade anzi che la Fiom venga frontalmente attaccata. Non soltanto dal governo. Non soltanto dal pessimo ministro Sacconi, che sprizza da ogni poro livore antioperaio. Non soltanto da Emma Marcegaglia che giudica «irricevibile» il dissenso della Fiom, ma anche dal Pd che ha perfettamente introiettato l’imposizione padronale come un dato immutabile. E’ Il Sole 24 Ore a rivelare una «pressione» dei Democratici sulla Fiom «per chiederle di non dare spazio a spaccature che possano generare situazioni difficili da controllare». Fuori dal linguaggio doroteo, l’invito è a firmare la capitolazione. E’ ancora più esplicito il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, l’uomo che schiude le porte della nostrana modernità, il quale chiosa in questo modo: «Un pezzo del sindacato stenta a prendere atto che non si può continuare a difendere pezzettini di un tempo che fu». Rilancia Giuseppe Fioroni, che intima: «Basta col tiro alla fune. Si scelga il meglio (sic, ndr) per i lavoratori». Che, manco a dirlo, coincide esattamente con il punto di vista dell’azienda. Del resto, non è stato Berlusconi a ribadire, solo qualche giorno fa, davanti ad una scalpitante platea di padroncini artigiani, che il bene dell’impresa coincide con il bene comune e che è ora di mettere in soffitta la brodaglia ideologica dell’articolo 41 della Costituzione?
Ieri la Cgil ha chiamato lavoratori e pensionati alla mobilitazione contro la manovra economica varata dal governo. Il 25 replicherà con lo sciopero generale. Se i due appuntamenti non devono rimanere pura testimonianza ma lasciare il segno, è necessario che tutta l’organizzazione si stringa intorno alla Fiom e ai lavoratori di Pomigliano. Guai a lasciarli soli. Perché si stanno battendo per tutti. Proprio per tutti.

P.S.: Osserviamo che la parte più consistente della stampa impegnata nella battaglia contro il bavaglio che Berlusconi e compari vogliono imporre alla libertà di stampa e ai poteri inquirenti della magistratura, si mostra invece del tutto cieca e sorda di fronte a questa non meno profonda vulnerazione della libertà e regressione della democrazia.

Dino Grecoin data:14/06/2010

A Pomigliano in gioco libertà e democrazia
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