“Manicomio e dintorni: il ruolo della città nel riassetto sociale e culturale dopo il 1980”

17 settembre 2011- Volterra – inaugurazione/mostra fotografica/dibattito – Ostello della Gioventù- Chiosco delle Monache –

In clima di polemica, qualche riflessione. Appunti di Angelo Lippi

La memoria colorata e i numeri che la alimentano

Si continuano a declamare responsabilità politiche di amministratori, evidentemente cattivi anche di animo, oltreché come amministratori, per avere praticato logiche assistenziali non più basate sulla reclusione nei manicomi. E si favoleggia che, resistendo, avremmo potuto salvare un numero di posti di lavoro (1200), numero che non figura nei documenti pubblicati. E siccome nessuno è disposto a cambiare la propria idea, si può provare a mettere qualche punto fermo sul manicomio. Però, per onestà intellettuale, domandiamoci: come mai si sono voluti chiudere i manicomi in tutta Italia? E come mai a Volterra si cominciò a ridurre il numero dei ricoverati almeno 8 anni prima della legge Basaglia? E perché si dice (oggi) che nel manicomio si stava bene? (lo dicono tutti di tutti i manicomi!). E perché si considera il manicomio ben organizzato, ma si pensa che sarebbe adatto agli altri e non ai nostri figli o genitori?

Volterra ha vissuto di manicomio e di ricoveri per varie marginalità. E’ naturale che la città abbia integrato il proprio DNA imprenditoriale, sociale e culturale, unificando la componente alabastrina con la dimensione “custodia e cura” di persone a disagio per una qualche ragione e soprattutto quelle ritenute dalle leggi pericolose per sé e per gli altri o di pubblico scandalo.

Dopo i primi timidi approcci di accoglienza di quattro mentecatti tranquilli (Convento di S. Girolamo, 1888) le istituzioni cittadine crearono e consolidarono idonee forme di gestione che produssero una vera e propria imprenditoria sulla marginalità, a tutto campo: malati psichiatrici, giudiziari, minori irregolari nella condotta, handicappati, detenuti, orfani…. I tempi storici non avevano portato a prendere in considerazione tre aspetti: 1) le funzioni di recupero demandate alle strutture per emarginati (e conseguenti diritti a posti-vita, invece che a posti letto), 2) i destinatari veri di questi posti di ricovero, 3) la collocazione sul poggio volterrano.

1) Sappiamo che la motivazione principale che aveva spinto Basaglia a lavorare per la chiusura dei manicomi era il contesto gerarchico, rigido, alienante, che non avrebbe consentito nessun processo di sviluppo dei diritti e delle capacità e nessuna condizione di relazione terapeutica. Gli Ospedali, non solo erano chiusi e recintati, ma la condizione del ricoverato comportava la perdita di tutti i diritti politici e civili (guidare la macchina, cacciare, votare, vendere, acquistare) ed era segnalata sulla fedina penale. In questo modo nemmeno i parenti entro un certo grado potevano accedere ad alcune carriere, ad esempio nelle forze dell’Ordine. A questo contesto di ricovero, più poliziesco che curativo, Volterra deve aggiungere la sua modesta dimensione urbana e quindi le scarse opportunità di promozione dei ricoverati che al massimo avrebbero potuto fare lavori interni in ergoterapia. Uno o due di loro avrebbe potuto assumere il ruolo di domestico, di giorno, in qualche casa benestante locale. Impossibili i rapporti con le famiglie ed il territorio di origine. La mancanza di leggi sulle strutture di ricovero e sui servizi (numero di bagni, spazi, standard di personale…) aveva portato a ritenere “normale” il modo nostro e degli altri manicomi di garantire diritti di esistenza.

Nel momento in cui l’OP vede il più alto numero di ricoverati presenti, 4547, il numero complessivo di tutti gli operatori dipendenti è di 840 (fra cui 291 operai e impiegati ed il resto sanitari- 17- e infermieri , pari a 532 su 4547 con un rapporto di 1: 8,5- con le leggi attuali nelle strutture tutelari siamo intorno ad un rapporto 1/1). Lo stesso numero complessivo di operatori lo troviamo nel 1974 per “soli” 1079 ricoverati: era già avviato il percorso di adeguamento alle nuova legge Mariotti, ma già imperversava la voglia di superamento della struttura manicomiale e di tutte le altre istituzioni totalizzanti. I movimenti studenteschi, operai, femminili, politici, artistico- culturali, avevano avviato una lotta irreversibile alla cultura del ricovero come unica risposta e dato l’avvio alla nascita di leggi sociali che hanno arricchito gli anni ’70: consultori, tutela della maternità, leggi sul diritto di famiglia, sulle barriere, sull’inserimento degli handicappati nella scuola normale, sugli invalidi civili, sulla partecipazione sociale, sulla riforma sanitaria, ecc. E’ ovvio che la risposta manicomiale, oltre a costare molto e quindi consumare le risorse per servizi alternativi, non dava assolutamente garanzie di guarigione e nemmeno di recupero: negli ultimi anni di manicomio la degenza media era attorno ai 40 anni!!! Guarigione?Riabilitazione sociale? Il contesto era unanimemente riconosciuto come negativo per far crescere le persone e portarle alla vita autonoma possibile per ciascuna di loro. E anche le leggi andavano nella direzione di un superamento delle strutture di ricovero1. I crediti vantati dall’amministrazione dell’OP ammontavano a oltre 20 miliardi di lire ed erano addebitati a 41 diverse province e altri 30 enti vari: Amministrazione Aiuti Internazionali, Ministeri (Grazia e Giustizia,Interni) Prefetture , Casse mutue varie comuni: per un totale di 71 enti creditori, fra i quali le province di Pisa e di Livorno rappresentavano la fetta prevalente

2) I destinatari dei ricoveri nelle varie istituzioni volterrane appartenevano alle fasce deboli della popolazione. I ricchi, curati in manicomio si potevano contare sulle dita di una mano (di un monco). Non a caso dai dati, al di sopra di ogni sospetto, ricavati dal libro di Scabia (1910 – Il frenocomio di S. Girolamo), si evidenzia che la miseria è una delle cause considerate prevalenti sui ricoveri. E le altre cause prevalenti elencate, sono: ereditarietà (ricordiamoci che Scabia scrive in periodo positivista e nel quale anche l’eugenetica ha un posto molto, molto rilevante e quindi erano facilitate le diagnosi di un certo tipo), le intossicazioni alcooliche, le intossicazioni maidiche (da pellagra per il nutrirsi prevalentemente con mais che causava le 3 D: dermatiti, diarree, demenza) e tutte le forme di insufficienza mentale, deterioramento senile, ecc. Fra tutte queste anche le malattie mentali vere, in netta minoranza (10%?). Quindi il manicomio era la risposta possibile e facilmente praticabile a quelle forme di disagio che non potevano essere trattate in altre strutture e non dovevano rimanere nel proprio ambiente di vita (ricordiamo che il motivo prevalente della legge 1904 erano la pericolosità sociale– fra cui anche la miseria- ed il pubblico scandalo, a tutela della società e che, comunque, tutta la filosofia assistenziale era imperniata sul ricovero come unica risposta).

3) la collocazione delle strutture di tutela della società si prestava meglio in luoghi isolati e poco visibili dall’esterno. Sicuramente non si pensava che gli handicappati, avessero il diritto di rimanere nelle scuole di tutti (bisogna arrivare al 1977 per superare classi speciali e scuole differenziali) o che gli invalidi, avessero diritto ad un lavoro o una pensione (1971), e tutti quelli con disagio mentale ed altro, come abbiamo visto, avessero diritto ad essere curati al di fuori del manicomio (1978) in strutture destinate alla salute di tutti ed al vero recupero che si può avere solo quando siamo già in un contesto il più “normale” possibile. L’isolamento di Volterra non facilitava certo gli scambi, ma la lungimiranza degli amministratori e dei direttori dell’OP2 aiutò a creare la cultura del territorio e dei diritti. L’orientamento imposto e consentito dalle leggi poneva di fronte al dovere di creare strutture alternative e servizi territoriali e ogni USL doveva attrezzarsi, senza più poter far fronte ai propri bisogni ricorrendo al manicomio interprovinciale (e oltre) come una fonte di copertura indifferenziata (ricordiamoci anche le diagnosi di “imbecillità, morale – ladro costituzionale – stato di eccitamento in insufficiente mentale”, ecc.. ecc.) sui disagi emergenti nelle comunità territoriali.

Vorrei sottolineare che proprio questi sono stati i grandi vantaggi di Volterra: avere percepito che la direzione impressa dai forti movimenti democratici degli anni ‘60 e ‘70 portava alla creazione di risposte territoriali per le quali occorreva essere i primi in cultura e coraggio, per cogliere le occasioni ed orientare i servizi al territorio ed alla creazione di nuove forme organizzative, come i consorzi sociosanitari, l’ufficio di direzione, l’USL, i distretti, i comitati di distretto, le residenze e gli appartamenti per le persone a disagio, da porre in mezzo alle altre persone, un nuovo ospedale civile, le RSA, gli inserimenti socio terapeutici e lavorativi (si usava dire, “trasformiamo un assistito in un contribuente”), il superamento delle istituzioni totali come unica risposta. Leggi sociali ed economiche, in questa cultura e civiltà volterrane hanno orientato il coraggio delle scelte per il doveroso e dovuto riconoscimento di diritti: se ci sono le leggi, perché non applicarle? È una domanda retorica o si deve discutere anche questo?

All’epoca del superamento dell’OP e delle altre istituzioni Volterra era animatissima: comune, provincia, regione nascente, nuovi enti gestori, partiti e sindacati, associazioni di studiosi, artisti e letterati, turisti e residenti animavano il dibattito. Eravamo orgogliosi predicatori all’esterno della nuova filosofia dei diritti e del territorio, della salute e del diritto a vederla tutelata nel proprio ambiente di vita e non a distanze incolmabili senza i mezzi e senza l’età adeguata per mantenere vivi i rapporti.

La città di Volterra vive male, forse più oggi di allora, il superamento del manicomio, ma occorre anche ricordare che il primo “svuotamento” dell’OP non è avvenuto frettolosamente con la legge Basaglia, ma è cominciato fra il ‘70 e la fine del ’74 (ma dal 1943 si ha un calo sistematico), quando la metà dei 1920 ricoverati furono restituiti alle loro province di origine3 e proseguì, mano a mano che le varie zone che avevano ricoverato a Volterra i loro cittadini “pazienti” si organizzavano con servizi propri per gestirli nei loro territori, invece che pagare a noi la retta, nel presente del momento, ma anche preparandosi i servizi per il futuro. Scegliere di spendere in casa propria invece che esportare finanziamenti in altre città, non è logico da diversi punti di vista, compreso quello economico? I 1.200 posti di lavoro che vengono lamentati come persi non risultano nei documenti pubblicati: con il 1978, anno di avvento della legge Basaglia (che voleva impedire nuovi ricoveri, al manicomio- a favore delle cure ambulatoriali ed ospedaliere “normali – ma che non imponeva la cacciata dei ricoverati da un giorno all’altro), Volterra aveva 760 operatori che non furono licenziati ed i cui posti di lavoro, in toto o in larga parte, vennero recuperati nei servizi del nuovo ospedale (inaugurato nel 1984 e nella cui realizzazione, davvero fummo i primi della classe!) e delle strutture e dei servizi del territorio che prima abbiamo sommariamente elencato e nel ri- orientamento delle attività imprenditoriali/occupazionali della zona.. Oggi la memoria, forse influenzata dalla crisi che viviamo, fa vedere un periodo nero di disfatta4 scelta a chissà quale scopo, voluto da pochi facinorosi e valorizza la evoluzione determinata – il più congiuntamente possibile- e governata con coraggio5. Il nero di oggi annulla i colori della memoria di ieri.

Vorrei ricordare a quelli che hanno lavorato in OP, con quanto orgoglio ci presentavamo nelle varie occasioni per citare le nostre esperienze di reparto arricchite da assemblee, gruppi di pazienti, discussione dei casi, Natale in famiglia, pranzi in reparto con le famiglie, visite domiciliari, mostre e performance di livello locale e nazionale, dibattiti sui convegni ai quali qualcuno aveva partecipato e che dovevamo condividere al teatro, esaltazione del ruolo terapeutico di ciascun operatore, interminabili discussioni con i delegati di reparto, ecc. ecc. Siamo stati i primi della classe? Credo di no, ma abbiamo fatto quello che ritenevamo dovuto alle persone qui ricoverate! Il manicomio è stato formalmente chiuso a Volterra e nel resto d’Italia, salvo lodevoli eccezioni, il 31/12/1996, 18 anni dopo la legge Basaglia, e, con calma, abbiamo avviato il suo “superamento” nell’esperienza del Morel che avrebbe accolto gli ultimi 100 ricoverati (il residuo manicomiale, si diceva) che le USL di appartenenza ritenevano giusto mantenere (anche pagandone la retta) a Volterra, dove erano praticamente vissuti, alcuni addirittura dall’età di 6-7 anni. (Ricordo, per inciso, che nel manicomio avevamo anche un reparto di bambini e che dagli Istituti che costellavano la città i ragazzi con particolari problemi comportamentali facilmente transitavano all’OP).

Non siamo stati né i primi né gli ultimi della classe a chiudere: siamo nella parte media, forse medio-bassa della graduatoria e abbiamo ancora diversi dei nostri ex ricoverati al Santa Chiara e al reparto Morel (1 e 2) che anni fa è stato reso libero al 70 % per far posto alle riabilitazioni (amministratori buoni, dato che nessuno ha protestato).

A mio parere occorre riprendere a ragionare su questi temi per correttezza e per ricchezza di una memoria che vale la pena di raccogliere, elaborare, trasmettere e conservare.

La salute, “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…” (Costituzione art. 32), deve garantire il benessere nei suoi aspetti, compreso quello sociale e psicologico e non basta più curarla con la logica delle evidenze scientifiche che nel tempo potrebbe risultare distorte, ma si deve affrontare badando alla centralità della persona che ne è protagonista- non vittima- e non alla centralità del posto di lavoro degli operatori che ne deriva, o alla tutela della società dalle persone “malate”. Non sono queste ultime le centralità; non a caso nel Piano Integrato di Salute della nostra zona si rammenta che il 76 % dei fattori che agiscono sulla salute sono di natura ambientale (cultura, formazione, lavoro, ambiente, casa, sport, stili di vita in genere…), il 12 % deriva da cause immodificabili – per ora! – come genetica ed età, e i fattori sanitari che agiscono sulla salute sono solo il 12%. Quindi il contesto di vita e le relazioni affettive ed interpersonali, l’appartenenza ad una comunità, sono componenti essenziale e non un optional.

Per i motivi detti e per molti altri motivi da mettere in discussione, vale la pena di ragionare anche su queste memorie e sui colori che le rendono emozioni, per ritrovarvi la nostra matrice comune, senza trascurare i dati oggettivi, anche numerici, ma soprattutto culturali che hanno determinato leggi, disposizioni organizzative e scelte che hanno reso trasmissibile la nostra storia, unica per peculiarità.

Sono importanti e necessarie buone prassi, servizi alternativi, partecipazione, condivisione, da ripetere e le occasioni come questa, di coinvolgimento e di chiarimento delle condizioni storiche e giuridiche che hanno imposto un certo “inevitabile” cammino, nei tempi imposti dalle leggi sanitarie, ed economiche. Sono forse queste ultime che alla fine regolano più di ogni altra disposizione i comportamenti politici e tecnici. Ma la storia e l’economia si possono aiutare a fare un percorso più vicino ai valori ed alla uguaglianza.

La cultura della solidarietà, da sempre espressa a Volterra (ricordiamo bene “quelli” del manicomio e “quelli” del minorile a spasso per la città o nelle nostre case a festeggiare qualcosa o per qualche triste ricorrenza), va ricompattata e recuperata, confrontandola sui documenti e sui dati reali. Esistono molte fonti di documentazione: alcune reperibili sul mercato, altre che si possono trovare in biblioteca. Può essere anche divertente e nostalgico andarle a consultare. Certamente non si possono scambiare gli strumenti (personale e assistenza) con obiettivi (diritto al benessere): un posto di lavoro non giustifica diversi ricoverati in manicomio. Il territorio ha messo a frutto questo concetto e se non l’avesse fatto, se ancora avessimo carenze di risposte di inclusione sociale è il momento di parlarne per migliorare il migliorabile.

 

Fonti bibliografiche per approfondimenti (con brevi note sui contenuti principali):

1 – C. De Vito, (2011), “I luoghi della psichiatria”, ed Polistampa, Firenze (testo di ricerca sul superamento dei vari manicomi in Toscana, con relativi passaggi, tempistica, documentazione, interviste, ecc.)

2 – A. Fanali, A. Lippi, (a cura di), “Esperienze di superamento dell’OP”, in Neopsichiatria, n. I-II, 1997, ed. del Cerro, Pisa. (Il numero citato contiene il confronto sulle politiche di superamento degli OO.PP. in Toscana, sui servizi attivi nelle varie USL e sulle prospettive di dimissione. Sono riportate anche le normative vigenti sui beni dell’OP e sulle indicazioni per il superamento. La rivista Neopsichiatria era nata nel manicomio di Volterra nel 1935 ed ha proseguito la sua missione di rivista scientifica e di confronto fra prassi psichiatriche, fino all’’avvento della aziendalizzazione delle USL. Neopsichiatria ha dedicato svariate monografie e ricerche sul superamento dell’OP, sulla verifica dei progetti delle USL afferenti, -v. ad esempio, il numero I-IV 1996-, sulle strutture alternative, sulla funzione di Volterra per accogliere le persone senza legami parentali, e su quant’altro servisse per diffondere cultura e conoscenze sul tema manicomi, utili anche per programmare sul “residuo manicomiale”. La rivista è disponibile, anche per acquisti, presso la biblioteca della Società della Salute AVC).

3 – G. Fiaschi, (1974), “Esperienze Alternative alla prassi tradizionale psichiatrica nell’OP di Volterra. Relazione del presidente, periodo ’70-’74”– Ed. Vigo Cursi, Pisa (il testo contiene dati di bilancio, di prospettive politiche, di problemi ed ipotesi di lavoro alla vigilia del grande cambiamento politico, che si aprirà nel 1975 con la della nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione dell’OP, da tempo Consorzio Interprovinciale. In appendice al volume è riportato il documento unitariamente adottato dalle federazioni provinciali di Pisa e Livorno dei partiti: PCI, PSI, DC, PSDI, PRI e PLI. Nel documento, fra l’altro, si dice: “…non soltanto sarà da respingere ogni impostazione che volesse attribuire al momento ospedaliero un ruolo egemonico rispetto alle strutture che operano nel territorio, ma dovranno essere decisamente sviluppati, da parte delle due Amministrazioni Provinciali tutti quei servizi di prevenzione e di riabilitazione che comportino un freno all’ospedalizzazione, un accorciamento delle degenze, un inserimento effettivo dei dimessi nella società”).

4 – G. Fiaschi, (1974), “L’Ospedale Psichiatrico. Prospettive per un superamento della realtà attuale. Atti del convegno di studi- Volterra, 20-21 aprile 1974” ed. Pacini, Pisa (il volume contiene riflessioni politico- tecniche- legislative sulle prospettive di evoluzione dei servizi per la salute mentale in Italia e sulle prospettive per le varie zone afferenti all’OP di Volterra)

5 – A. Lippi, G. Sansoni, (2008), “Il sostenibile peso della follia. Cronache scanzonate dal manicomio” ed. Del Cerro, Pisa (il libro, facendo fulcro su microstorie di vita di molti ricoverati, parla della evoluzione della normativa sulla psichiatria e dell’OP di Volterra, verso i servizi territoriali)

6 – F. Ruggeri, (2011), (a cura di) “Quale salute per chi. Sulla dimensione sociale della salute”, ed. Franco Angeli, Milano (in particolare v. capitolo 5 di Silvana Simi, “Dalla ‘medicina basata sulle prove’ alla ‘medicina centrata sul paziente’” che evidenzia la necessità di protagonismo dei cittadini- pazienti, per ottenere risultati più efficaci)

7 – L. Scabia, (1910)”Il frenocomio di S. Girolamo in Volterra, 1888-1910”, riedizione a cura della USL 15 di Volterra, Neopsichiatria, n. I-IV 1985, ed. La Toscografica di Sovigliana,Vinci (FI), (nel ponderoso volume si fa la storia dei primi 22 anni di vita del manicomio di Volterra e si presenta un vero e proprio piano strutturale di sviluppo che porterà alla creazione di 40 padiglioni di cui almeno 15 destinati ad ospitare ammalati. Si riportano anche interessanti studi sull’affido etero familiare del malato mentale, sui tratti somatici dell’alienato, sul tipo etnico degli etruschi rilevato dai monumenti volterrani ….)

8 – F. Tornesello, (2011) “Alla fine dell’arcobaleno. Piccola cronaca familiare di un viaggio attraverso le istituzioni psichiatriche”, ed. Besa, Lecce (in larga parte il libro è dedicato alla esperienza dell’OP di Volterra in rapporto alla evoluzione culturale e normativa del nostro paese sui servizi di salute mentale).

1 Nella relazione di fine mandato dell’assemblea consortile dell’OP si legge l’esigenza di aiutare “l’uomo sofferente”, superare la dimensione di custodia per passare alla dimensione di cura, con un rapporto di osmosi con i territori (v. citazione bibliografica n. 3). All’epoca nell’assemblea del Consorzio erano presenti: Giancarlo Fiaschi presidente, con i membri seguenti: Borghesi Sergio, Iozzi Ivo, Quattrocchi Giacomo (nomina Ist. Ospedalieri di Volterra), Benvenuti Carlo, Malacarne Luigi, Puccini Marcello (nomina provincia di Pisa), Gori Emilio, Papadopulo Giampaolo, Rotelli Paolo (nomina provincia Livorno)

2 Aggiungiamo agli elenchi pubblicati sui giornali in questi giorni, fra i direttori, anche Gino Simonini, Ferdinando Pariante e Carmelo Pellicanò. In particolare gli ultimi due, a partire dal 1971, hanno cambiato la pratica ospedaliera, con impostazioni e modalità fra loro differenti: il primo per il modo di approcciarsi alla malattia ed alla cura ed il secondo per la globalità dell’approccio alla salute ampiamente intesa ed alla dimensione sociale della stessa.

3 Tenere presente anche la situazione debitoria di 71 enti verso l’OP che determinò, assieme ai vincoli imposti dalla legge Mariotti, un primo consistente ridimensionamento (un ragionamento più approfondito si trova nel libro citato nella nota bibliografica n. 5)

4 Anche sul piano demografico. Se Volterra ha avuto fino a 16.000 abitanti ragionevolmente è perché risultavano iscritti all’anagrafe anche i malati psichiatrici “definitivi” cioè quelli che il Tribunale aveva sancito dover essere curati a vita in manicomio. Ed erano la maggior parte dei degenti.

5 Tutti i partiti votarono la 180 e la legge di riforma sanitaria, ad eccezione del PLI, che fornì il maggior numero dei ministri per la sua applicazione!!!.

Angelo Lippi – relazione su “manicomio e dintorni…..”
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