Da Volterra, Pomarance, Castelnuovo e Montecatini siamo partiti in settanta. E’ stata una grande manifestazione con le caratteristiche predominanti della radicalità politica e della dominanza della partecipazione giovanile. Anche sui pulman della Val di Cecina c’erano in maggioranza ragazzi e ragazze giovani e giovanissimi. Andate sulla galleria per vedere alcune foto divertenti. Sotto riporto un fondo di Asor Rosa che, secondo me, interpreta bene le ragioni della manifestazione.

piazza_web

Il Manifesto 5 dicembre 2009

di Asor Rosa
Il golpe bianco
Circa un anno e mezzo fa scrissi su queste pagine che il regime di Berlusconi non era come il fascismo ma peggio del fascismo. Apriti cielo: come, un regime democratico, sostenuto da un ampio favore popolare, formalmente rispettoso dei meccanismi istituzionali, paragonato, e peggiorativamente, ad un regime totalitario, che aveva cancellato tutte le libertà politiche e civili e mandato in galera gli oppositori? Poi, a poco a poco, di quella mia affermazione s’è cominciato a intendere il senso, che era sostanziale e non formale, e in molti, anche sulla grande stampa d’informazione, e qualcuno anche nei partiti, hanno cominciato a parlare di «populismo autoritario», di vera e propria liquidazione del dettato costituzionale, e dimessa in mora degli equilibri istituzionali fondamentali.
Bene, me ne compiaccio. Ma non vorrei che nel frattempo si sia verificato un vero e proprio passaggio di fase, di cui, con i tempi precedenti, ci accorgeremo solo fra un anno emezzo, quando sarà troppo tardi (il «ritardo» è una caratteristica storica delle
opposizioni deboli; si pensi al ’21-’22 e a quel che ne è seguito). Vogliamo tentare qui un aggiornamento, meglio precoce e magari imprudente che tardivo, come qualsiasi studioso di Machiavelli insegna?
La mia tesi è che nel corso degli ultimi mesi – a partire grosso modo dall’estate scorsa – il processo sommariamente delineato in precedenza («non come il fascismo,ma peggio del fascismo…») abbia fatto passi da gigante, muovendosi in direzione di un vero e proprio «golpe bianco». Preciso, se non altro per evitare che qualcuno mi faccia di nuovo la lezione: siamo ancora allo stadio del progetto; ma del progetto ci sono tutti gli elementi, ora non resta che realizzarlo, ed è a ciò che si sta alacremente lavorando. Preciso ancora di più: contemporaneamente
alla crescita del progetto e alla sua sempre più consapevole delineazione, sono cresciute le opposizioni e le difficoltà anche interne (anzi, ad essere esatti, soprattutto interne), ma questo per ora non lo ha, non lo ha per niente persuaso a rimetterlo nel cassetto. Anzi: è precisamente su questo che, in tempi assai rapidi e ravvicinati, si gioca il destino nazionale.
E’ stupefacente, ad esempio, che da mesi in questo paese si discuta ossessivamente da tutte le parti quale sia il sistema migliore per rendere non-punibile il Premier (con lodi, lodini, e leggi ad hoc, anche di natura costituzionale!), senza rendersi conto che, al di là della pur necessaria funzione di salvaguardia nei confronti di una miriade di accuse delle più mirabolanti (corruzione, prossenetismo, collusione con la mafia, ecc. ecc.), esso rappresenta il pilastro di un nuovo ordinamento giuridico nel quale c’è Uno che sta al di sopra di tutto, e che, oltre che Impunito, è anche Ingiudicabile, Incriticabile, Suprematico e Carismatico, cioè in ogni senso al di fuori delle regole di un normale assetto civile e culturale democratico.
I due grandi filoni del dibattito «riformatore»  in seno al Popolo della Libertà sono perfettamente coerenti e funzionali a questo basilare presupposto:
a) deprimere il più possibile il prestigio e il potere delle Camere per aumentare a dismisura quello dell’esecutivo, ossia del
suo Capo («primus super pares…»);
b) tagliare definitivamente le unghie alla magistratura come corpo organicamente, geneticamente legato all’amministrazione della giustizia e perciò insensibile per sé all’ideologia e alla pratica dell’Uno (tralascio qui tutte le osservazioni possibili sulla conquista pressoché totalitaria delle fonti d’informazione, solo perché sono troppo ovvie, ma certo, in un discorso più completo, andrebbero affiancate alle altre).
Ora, non è chi non veda che la realizzazione del «golpe bianco», ove fosse compiuta, non cambierebbe soltanto qualche funzione istituzionale ma inciderebbe in profondità sulle strutture civili, culturali e… morali del paese, avviandolo sulla strada di una istituzionalizzazione della corruzione diffusa come sistema pratico di governo a tutti i livelli, sull’esempio, com’è ovvio, dell’Uno (il quale, per giunta, cerca ora di farne un modello esitabile a livello internazionale, apparentandosi sfacciatamente con tutti quelli della sua medesima natura). Né giova ripetere, come quotidianamente da molte parti si fa, che il «golpe bianco», appunto perché è tale, gode di un ampio favore popolare. Il favore popolare può consentire di cambiare molte cose; ma non di scardinare i fondamenti del vivere civile. Altrimenti ogni regime totalitario nel Novecento sarebbe giustificato; e oggi si potrebbe far passare in Parlamento una legge che imponga di sottoporre a frustate gli immigrati clandestini (ci siamo comunque vicini…). Fa cadere le braccia che in una situazione del genere ci sia chi pensi ad imbastire nel Senato della Repubblica penosi accordi volti a consentire – astensione in cambio di astensione – la ripresa del cammino delle riforme istituzionali.
Se il morbo davvero devastante dell’inciucio non è stato ancora bonificato nel Pd, allora Bersani non avrà vita lunga, e noi staremo peggio di ora. Il fatto è che una bicamerale è sempre in agguato nella mente di qualcuno dei nostri politici più resistenti e più recidivi, rappresenta la conseguenza naturale della loro concezione pervertita della politica. La condizione non è: se ci si toglie dai piedi il «processo breve», si può cominciare a discutere di riforme. La condizione è: si può cominciare a discutere di riforme, se ci si toglie dai piedi l’Uno. E’ a questo che un’opposizione non debole e non ritardataria deve lavorare. Non sarà facile. Perché, se le contraddizioni e le difficoltà ci sono, al tempo stesso è certo che l’Uno farà di tutto per non esser tolto dai piedi. Di tutto? Sì: di tutto. Voglio dire: non so se abbia i mezzi per farlo. Ma certo ne è capace. Se è così, il caso italiano assume in maniera ancor più chiara e decisa una fisionomia internazionale che va bene al di là della nostra pronta e servile partecipazione all’impresa dell’Afghanistan (pronta e servile, proprio perché serve a portare avanti più indisturbati il gioco interno). Prima i Grandi della terra se ne accorgono, meglio sarà per tutti.

La manifestazione NO-B-DAY

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